Racconti — 25 luglio 2018
Storia di un emigrato italiano

Latina, 1951 -“Umbe’, ‘n ci i’agli Canadà ch’è lontano assai. Alloco parlano schitto ‘ngleso e franceso. Adecco da magnà ci sta. Tenemo sempre i pano, ca ouo e le uerdure. La giurnatella te la ripurti, e poi so’ sentito dice ca è friddo, è friddo assai assai. Quela tera è nu blocco di ghiaccio, te morarai congilato. ‘N parti’, statte adecco cu nune.”

Molti anni prima Mussolini aveva visitato la scuola di Umberto e, ragazzino, lo aveva potuto osservare da vicino. Un uomo calvo, sorridente, un cuore confuso. Insieme ad alcuni amici Umberto aveva scalato una collina per osservare l’avanzata degli americani che venivano a liberare Littoria. Sulla collina però c’erano alcune truppe tedesche in fuga e i carri armati americani, facilmente visibili a un paio di chilometri di distanza, iniziarono a sparare. Umberto e gli altri si salvarono nascondendosi dietro grossi massi.

La guerra era finita da qualche anno quando Umberto venne chiamato a fare il servizio militare. Subito dopo cominciò a cercare un lavoro; era un giovane bello, robusto, volenteroso ma non poteva essere assunto perché non possedeva “il libro del lavoro” necessario e non riusciva ad ottenerlo. Aveva 22 anni e tanta voglia di cambiare la sua vita.

Non ascoltò le parole del padre, “Lesandrino”. Il viaggio sull’oceano durò dodici lunghi giorni. Arrivò ad Halifax il 23 dicembre 1951. Prese un treno e arrivò a Montreal. Passò il giorno di Natale in quella città sconosciuta, con un cielo buio ma piena di luci, e mangiò un buon piatto di spaghetti, scoprendo che in quella terra ghiacciata c’erano diversi italiani. Imparò subito le prime parole. Viaggiando per tre giorni su un treno verso Port Arthur meditava che il padre Lesandrino aveva ragione sul freddo e sul ghiaccio ma non pensò neanche per un attimo di tornare indietro.

I primi due anni li passò lavorando come taglialegna. Tra boschi senza fine, in una immensa baracca con altre decine di persone tornava la sera, dopo una dura giornata; l’odore della resina era dappertutto. Trovava cibo caldo, vestiti puliti e una buona paga, ma soprattutto aveva due libri che sarebbero stati l’invidia dei suoi amici d’infanzia: passaporto e libretto di lavoro. Si sentiva contento, libero, lontano da ricatti e meschinità. Erano lontani dalle città ed ebbe modo di conoscere tanti conterranei che, come lui, cercavano riscatto, dignità e fortuna. Scriveva lunghe lettere alla madre, Filomena, in ogni lettera le chiedeva dei fratelli piccoli: Filippo, Sergio, Anella e Milena. Non mancava mai un saluto al fedele somarello che aveva lasciato a Piscinara. Poi cominciò a lavorare alla costruzione della ferrovia. Viveva su una carrozza di un treno adibita ad alloggio. L’esperienza era buona. Imparava bene l’inglese e il francese, lavorando fianco a fianco con altri giovani uomini, molti italiani, pieni di ottima volontà. Guadagnava 65 centesimi l’ora.

Per caso un giorno si trovò ad Ottawa e là lavorò nella costruzione di opere pubbliche per la città. Gl’italiani piacevano. Erano belli, “maschi” e sapevano ballare. Sposò una graziosa ragazza francofona, Diana. Si stabilirono ad Almeyr. Ebbero quattro meravigliose figlie alle quali dette il nome della mamma e delle sorelle; non si stancava di mandare piccoli e grandi aiuti economici in Italia, per la loro vita. Purtroppo, a causa dell’immaturità e della gioventù il matrimonio finì.

Negli anni cinquanta ebbe un colpo di genio: “La televisione ha ucciso i piccoli cinema e da questo ho visto un’opportunità. Ho rilevato il vecchio teatro della città su Wellington Street, a ovest della vecchia Elmdale, e ho proiettato solo film italiani.” Rita Pavone, Tony Cucchiara, Claudio Villa, Little Tony e tanti cantanti italiani famosi si esibirono nel suo teatro. Intere famiglie di immigrati accorrevano per ascoltare canzoni vecchie e nuove in italiano. La comunità italiana lo amava e lo apprezzava.

Poi conobbe una bellissima ragazza bionda cecoslovacca, Jana, da cui ebbe ancora due figlie femmine. L’unico figlio maschio, Richard, è figlio del matrimonio precedente di Jana, a lui Umberto ha dato volentieri il suo cognome e tutto l’affetto di padre.

Insieme a Jana cambiò ancora il suo destino, ebbe una grande folgorazione acquistando grandi appezzamenti di terra dove costruiva cottage lungo laghi e fiumi, nel Western Quebec. Il suo metodo consisteva nell’acquistare piccoli laghi agricoli, costruire le strade e vendere lotti con uno chalet. Dalla fine degli anni Cinquanta ha venduto più di tremila lotti, all’inizio a 15 dollari canadesi ciascuno, due a venticinque e continua anche oggi, più che ottuagenario.

Torna spesso a Latina, dove ha mantenuto rapporti continui con i fratelli, cugini, nipoti, ai quali telefona spesso e si sente affezionato e vicino, ma non ama definirsi italo-canadese, piuttosto sente che “essere canadese è come aver messo nuove gomme ad una vecchia auto”. I suoi figli sono canadesi. Conoscono l’italiano ma Umberto ha voluto che l’Italia desse loro le radici, il tronco e i fiori sono del continente americano. E’ appassionato di automobili, ne ha cinque in tutto il mondo. Tiene una Corvette in Italia, un’auto in Brasile, da un amico d’infanzia. Ha comprato una Jaguar e una Cadillac. Guida un SUV Suzuki.

“Ho comprato una Cadillac e ogni volta che la guido, penso all’asino. Che bella decisione è stata venire in Canada e condurre una Cadillac al posto di un asino. “

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco