Musica — 16 Novembre 2019
Crueza de Ma, dialetto e musica d’autore

“Creuza De Mä”, è il punto di arrivo di un percorso artistico di grandissimo spessore, distillato di trent’anni di riflessione, umorismo, poesia e ricerca compositiva. Opera dalla ricchezza sonora e dialettica sconvolgente, si avvale dell’uso di una miriade di strumenti della tradizione popolare mediterranea, nordafricana, balcanica e mediorientale. Cantato interamente in dialetto genovese, nasce da un progetto di collaborazione con Mauro Pagani, compositore, arrangiatore, polistrumentista, che De André aveva già avuto modo di conoscere nelle file della Pfm.

Il genovese di “Creuza De Mä” è molto più del particolare dialetto di una particolare zona d’Italia: si tratta piuttosto, a livello simbolico, di una lingua popolare universale, e in particolare della lingua del viaggio e della povertà, di quel linguaggio dell’emarginazione e della rivolta che De André ricercava fin dagli inizi della sua carriera.

Il disco esordisce al ritmo avvolgente e alle sonorità piene e solari della title-track: un viaggio tra mulattiere polverose e muri roventi, case di pietra e sapori tanto poveri quanto prelibati. L’intero disco si potrebbe leggere come una discesa dalla montagna di “Crêuza De Mä” al mare di “Dä Mæ Riva”, passando per il labirinto di vicoli e il porto di Genova.

Jamín-a” è un’ode a una prostituta, sospinta da un ritmo di danza ossessivo e sensuale, e rappresenta “la speranza di una tregua”, di un’oasi di piacere e calore nel mezzo di una vita sempre sull’orlo del naufragio: al riparo del dialetto genovese, può indulgere in espressioni che in italiano sarebbero suonate alquanto spinte, ma che in lingua madre evocano e suggeriscono senza ferire.

Sidún” è il vertice emotivo del disco e uno dei momenti più toccanti dell’intera produzione: nulla di più straziante e di più concreto del dolore di un padre cui è stato ucciso il figlio in nome di un odio senza tempo e senza ragioni.

“Sinàn Capudàn Pascià”, una storia che pare una favola, il racconto di un marinaio genovese detto Cicala che fu catturato dai turchi per poi salvare la vita al Sultano e diventare Gran Visir con il nome di Sinàn Capudàn Pascià. La vicenda di fatto si lascia solamente intravedere, lasciando spazio a suggestive immagini marinare e gustosi ritornelli popolari.

 Pittima” e “ Duménega” sono invece due suggestivi quadretti della quotidianità genovese: il primo dedicato alla figura tragicomica della pittima, costretta a causa delle sue carenze fisiche a vedersi affibbiato l’ingrato compito di riscuotere i debiti dai debitori insolventi; il secondo, alla passeggiata domenicale tradizionalmente concessa alle prostitute, altrimenti relegate in un quartiere di Genova.

L’ultima traccia, “Da me riva”, è un’ode del distacco, il pensiero malinconico del marinaio che riparte, ancora una volta, e saluta la propria compagna, rimasta a riva, ormai solo un profilo lontano, controluce.

Questo e molto altro è “Crêuza De Mä”, un’opera che è stata capace, a dispetto della scelta linguistica apparentemente suicida, di conquistare eguale consenso tra pubblico e critica, e di rappresentare l’ennesima vetta nella produzione di Fabrizio De André, figura capace ormai di rivelarsi come catalizzatore di esperienze musicali e cantautorali diversissime ma tutte di altissimo livello.

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Matteo Fraccarolo