Racconti — 20 Novembre 2020

Suso 1948 –Il virus della poliomelite si era portata via la salute di Guido“I’Scuccitto”da ragazzino; era rimasto offeso, la zoppia lo sciancava ed era di fatto un “infelice”. Dalla morte dei genitori la sorellaAnna, il cognatoRosario, il nipote Gino con la moglie e i figlioletti, lo avevano relegato nel capanno del porco. Guido si era sistemato meglio che poteva ma doveva stare attento perché veniva legnato se si azzardava in qualche modo a disturbarli con qualche richiesta. L’unico amico era Vincenzo, un bel giovane tornato “strano” dalla guerra, gli occhi matti, i pensieri fini ma ossessivi, era sempre buono ma le sue anormalità facevano paura al padre Gaetano che lo controllava e a volte lo cacciava di casa con la minaccia del coltello e del fucile. Invece Vincenzo e Guido erano amici e stavano sempre insieme. Spesso Vincenzo si fermava a dormire da Guido: non c’era cuscino e si appoggiavano ad una padella annerita, la mattina dopo si svegliavano che sembravano due carbonai. Ridevano e si facevano coraggio. Educati e rispettosi, chiamavano tutti zio e zia. Avevano sempre fame e i due sfortunati giravano per le case chiedendo cibo e qualche soldo; venivano invitati alle feste, “ai battezzi”, ai matrimoni perché mangiassero, si ubriacassero e suscitassero un po’ d’ilarità in quel mondo primitivo.

Nel dopoguerra, intorno al 1948, più di millecinquecento sezzesi furono impegnati nell’opera di rimboschimento dei Monti Lepini: Monte Nero, MonteSemprevisa, Monte Forcina, MontePilorci: un immenso impegno, una “bonifica” dei Lepini, vitale quanto quella compiuta durante l’epoca fascista nella pianura pontina. Migliaia di operai spaccavano la roccia, realizzando piani dove inserire piante, canalizzandole acque perché non facessero danni a valle e si infiltrassero tra isassi per alimentare le falde acquifere sotterranee, piantavano milioni di semi che, una volta diventati alberi, coprirono le montagne aride.Le vedove di guerra, povere, dovendo crescere i figli, si adoperarono per portare acqua agli operai: si arrampicavano con fatica sui sentieri di montagna cariche di acqua, il concone in equilibrio sulla testa, un fiasco per braccio, per guadagnare qualche soldo, spesso venivano “chiacchierate” come donne poco serie ma non era vero. Duemila ettari di rimboschimento che portarono benessere tra il popolo grazie al duro lavoro.Si cominciò a costruire qualche casetta di mattoni vicino alle capanne.

Gino lavorava a Monte Forcino. Una mattina presto prima di uscire di casa provò a rubare allo zio qualche soldo che l’invalido aveva nascosto nella sua stanzuccia. Guido gli urlò: “Tu si ‘nu dannataro! Puzzi ‘scì, ma nunpuzzìrientrà”.E Gino: “Sto ‘mbambanito! Quannoradduco t’accido”.

Sulla montagna, nel pomeriggio Ginoebbe un malore e quattro operai lo trasportarono fino a casa sulla schiena, a turno. Lo misero a letto che aveva perso conoscenza. Aldo, un vicino,ragazzo sensibile e intelligente, capì la gravità di Gino, attaccò il cavallo al carrettino e si recò all’ospedale di Sezze. Arrivò che era buio.

Nessun medico volle seguirlo: ”Che lo portassero il mattino dopo!”. Solo una giovane dottoressa ascoltò le preghiere del gentile susarolo e accettò di andare con lui.Le strade erano buie e dalle case venivano solo bagliori di candela e lumi a petrolio. Aldo la portòcol carretto a casa sua e da là lacondusse a piedi fino alla casa del malato per una scorciatoia di campagna. La dottoressa, che si teneva alla giacca di Aldo per non perdersi in quel buio profondo e non cadere, espresse la propria paura: “Dove stiamo andando? Mi vuoi fare del male?”

Aldo la rassicurò. Qualche minuto dopo arrivarono al casaletto di Gino, dove lo sfortunato operaio spirò l’anima a Dio nelle braccia della dottoressa che non potè fare altro che constatarne il decesso. Forse un colpo di calore, un ictus… Rimasero annichiliti. Tornati all’ospedale, la dottoressa non volle accettareil denaro che Aldo voleva darle.

Dopo il funerale la vedova di Gino se ne andò con i bambini a casa dei suoi genitori, anziani e soli. Al casaletto rimasero Anna e Rosario nel lutto più nero. Fu Rosario a cercare Guido, lo invitò a tornare in casa:“Ui’ Gui’, tanto mo’ ci sta ‘n sacco de posto alla casetta”. Proprio in quei giorni Vincenzo e Gaetano andarono a vivere a Roma da Costanza, preoccupata per la solitudine del fratello e del padre, e così finì la loro amicizia.Entrambi vissero anni sereni, “I’Scuccitto” non aveva perso l’abitudine di chiedere aiuto a vicini e contradaioli per mangiare e spesso riportava qualcosa alla sorella e al cognato.

Gli anni passarono come una meteora nel cielo della vita. Se ne andò prima Anna, qualche mese dopo anche Rosario morì. Guido chiese e ottenne di finire i suoi giorni all’ospedale, nel reparto dei “malati cronici”. Era contento, aveva da mangiare, era protetto, benvoluto da tutti, aveva un letto sempre pulito e stava in compagnia. In cambio Guido donava il suo sangue a tutti: amici, vicini, sconosciuti. Non aveva altro da dare e lo offrivacon sincero affetto.

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Lucia Fusco