Miti e Leggende — 28 Maggio 2019
Ambiguità e malvagità con Loki l’attaccabrighe

Perennemente in conflitto con qualcuno, sempre intento ad ordire inganni, Loki è l’attaccabrighe per eccellenza. Menzognero, malvagio, abile nel doppio eloquio, più che una figura divina (non si conoscono culti a lui dedicati) egli è la personificazione dell’astuzia fraudolenta, della sottile arte del raggiro. Sebbene a livello mitico venga definito più di una volta la «vergogna degli Asi», la sua scaltrezza ha tratto d’impaccio molto spesso gli dèi. Le sue trovate ed il suo linguaggio ne fanno un personaggio esilarante, facendogli assumere le caratteristiche del trickster, il «buffone divino» presente in vari ambiti culturali. Indiscusso campione del travestimento, Loki era di una bellezza eccezionale: i suoi tratti avevano la fredda perfezione delle creazioni degli spiriti maligni, ispirando, nello stesso tempo, ammirazione e paura. Indomito organizzatore di avventurosi viaggi nelle terre dei giganti, Loki era, come del resto molti altri dèi, strettamente imparentato con i colossali abitanti dello Jótunheim. I suoi genitori erano Farbauti, «colpi di pericolo», e Laufey, «isola frondosa»: degna coppia che infonderà nelle sue vene la malvagità tipica dei giganti del gelo. Per quanto riguarda le parentele, Loki poteva vantare ben più altolocati legami: in tempi remoti aveva stretto con Odino uno strano patto di alleanza, basato sul sacro vincolo della fratellanza di sangue. Essere dalla sessualità dagli incerti confini, Loki non di rado approfittava del suo polimorfismo per unirsi a focòsi stalloni. Una volta, ad esempio, trasformatosi per l’occasione in un’avvenente giumenta, «partorì», dopo una peccaminosa relazione, Sleipnir, il destriero ottipede, orgogliosamente cavalcato da Odino. Ma altre e ben più mostruose furono le creature partorite dalla doppiezza e dall’ingordigia sessuale di Loki. Gli antichi, che ricordavano con orrore quei momenti, narravano della «apportatrice di male», l’orchessa Angrbodha, una gigantessa dedita al meretricio, condannata per la sua immonda perversione ad essere lambita fino alla consunzione finale dalle fiamme purificatrici del rogo. L’intera cerimonia ebbe luogo nella piazza principale di Asgardh e quando le fiamme si attenuarono, lasciando lentamente il posto alla brace, Loki, tra la costernazione del sacro concilio, si avvicinò ai resti carbonizzati e spinto dall’eccitazione morbosa che aveva provato guardando quello spettacolo di morte, raccolse con le mani avide il cuore ancora palpitante della prostituta e lo ingoiò. Il caldo boccone sanguinante penetrando nel corpo di Loki produsse uno strano effetto fecondante, cosicché, dopo poco tempo, il ventre di Loki diede alla luce tre mostri: un enorme serpente, un lupo ed una fanciulla mesta e priva di qualsiasi grazia. Ben presto furono note le caratteristiche e le deleterie funzioni dei figli di Loki. I mostri, fratelli di sangue ed alleati nell’arrecare sventure, si aggiravano per le strade della cittadella divina. Odino, conscio della loro pericolosità, diede ordine di esiliarli nei luoghi più remoti. Il serpe fu precipitato nelle profondità oceaniche: da allora in poi, crescendo a dismisura, le sue spire cingono il globo terrestre in una morsa ferrea. Non a caso il rettile è chiamato «Serpe del mondo». Esso era il nemico per eccellenza di Thor che, in numerose occasioni, tentò di stanarlo dal suo rifugio acqueo e di eliminarlo. Gli dèi ebbero grosse difficoltà ad allontanare il lupo che, però, era il mastodontico Fenrir. La sua cattura costò la mano destra dell’intrepido Tyr. La fanciulla, della quale si conosce anche il nome, Hel, venne esiliata in fondo al Nifìlheim: gli dèi ne fecero la signora degli inferi, la quale dispensava pene e tormenti ad ingloriosi trapassati (vigliacchi, adulteri, assassini e spergiuri). Alla fine dei tempi, Loki sarà uno dei capi delle schiere del male, dimostrando fino in fondo la sua appartenenza alle potenze malefiche.

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Autore dell'articolo

Cristina Villanova
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