Racconti — 20 Agosto 2020

1880 – Dopo un incidente di caccia Carlo era diventato un uomo diverso: non aveva segni ma non vedeva più bene, sentiva fischi, si sentiva strano e debole tanto che la sera, per andare a “fare l’amore” dalla fidanzata Filomena, lo accompagnava il padre. Non la cercava con lo sguardo e le rimaneva lontano, non era più come prima. Lui stava ai Colli, lei al Murolungo, due diverse contrade della dolce vallata di Suso, a diversi chilometri di distanza. Aveva sei fratelli mentre Filomena aveva tre sorelle. I genitori erano molto “gelosi” e lui aveva dovuto promettere che sarebbe andato a vivere nel casaletto coi suoceri e le cognate, altrimenti non avrebbero permesso il fidanzamento.

Filomena era una regina contadina sempre elegante, di carattere forte e deciso. I lunghi capelli neri erano pettinati in una treccia arrotolata dietro la testa oppure, nei giorni di festa, intorno alle orecchie, gli occhi grandi e chiari erano fieri e alteri. Vanitosa, indossava diverse gonne una sull’altra per apparire più grande e imponente, il corsetto e un fazzoletto con i pizzi bianchi le illuminavano la pelle resa scura dal sole. Lui era stato a cavallo fino a Veroli per comprarle “l’oro” più bello: una parure di coralli rossi degno di lei. La madre di lui, Cintruta, mandava primizie alla futura nuora: bella, benestante, la casa di pietra avrebbe accolto il figlio come un re! Era contenta di quel matrimonio che ormai diventava più vicino.

“Simone, i iennero te, n’ ci scerne più. I’ te lo dico ‘n confidenza, ma secondo me quiglio ha rimasto cecato, quiglio n’è bbono più, s’ha fatto scuro intorno a isso. ‘N é bbono pe’ gli Re e manco pe’ la Reggina! Tu fa’ quello ca u’, n’ mi ammontua’, ca ‘n ci uoglio arentra’ a sta’ lita”. La pulce nell’orecchio di Simone lo portò a casa del futuro genero la mattina seguente. Lo trovò seduto sotto la pergola. La madre rizzilava il piazzale, i fratelli erano a Sonnino dove avevano un grande orto di olivi. Uscì il consuocero stupito che gli fece festa: “Simò, sì uenuto? E mo ci facemo no bicchiere di uino”. Serviti da Cintruta, sotto la pergola, Simone parlò senza peli sulla lingua, la faccia buia come una notte d’eclisse: “Carlo ha rimasto ‘nfelice. Nun po’ più commatte. Accome fa a porta’ innanzi na’ famiglia? I uoglio scincià ‘sto matrimognio. Scusa Carlo, me dispiace assa, ma Filomena nun te la pozzo dà”. Rispose Cintruta che Carlo sarebbe guarito, che a Filomena non sarebbe mancato niente, che tutta la famiglia avrebbe aiutato gli sposi. Simone non sentì ragioni, spezzò il fidanzamento. Carlo scoppiò in un lungo pianto silenzioso, suo padre ruppe i bicchieri lanciandoli in terra con rabbia, Cintruta attaccò una litania di maledizioni: “ te pozza… te pozza… te pozza…”

Anche Filomena pianse perché voleva bene a Carlo ma accettò la decisione dei suoi genitori. Non usciva più perché le male parole di Cintruta, che andava alla fonte di Murolungo per attingere l’acqua, arrivavano fino a lei attraverso le vicine e le amiche e si sentiva ferita e umiliata. Qualche mese dopo si presentò in casa Antonio: contadino ma benestante, un ragazzo bello, alto, molto serio. Non andava all’osteria, non giocava alle carte. Diventò un figlio per i genitori di Filomena e fu un ottimo marito. Simone morì, lo piansero, Cintruta smise di bestemmiare.

Ai primi anni del Novecento Antonio si ammalò. Un “flemmito”, un’infezione sotto l’ascella destra gli dava pus e grande dolore. Lei gli lavava la ferita, gliela puliva ma non riusciva a guarirlo, così Antonio fu ricoverato. Filomena andò alla Chiesa di San Cosma e San Damiano: “Vu du, frachi mmedici e sanchi, me lo douete’ guarisce! Tengo le criature! Fateme ‘sta Ggrazzia!!!” Donò ai santi dottori la fede e gli ori che il marito le aveva regalato, in cambio della nuova salute. Quando uscì dalla chiesa s’era fatto buio. Ebbe paura e non riuscì a salire a cavallo, tornò a casa a piedi tenendo il baio per le briglie, accarezzandolo, abbracciandolo, tremava per la paura e il dispiacere.

La mattina dell’intervento il medico constatò che il braccio di Antonio si era “saldato” sotto l’ascella, il braccio era rimasto però offeso e poteva muoverlo solo in parte ma la febbre era passata. Si limitò a disinfettarlo e lo dimise.

Antonio guarì e ricominciò a lavorare. Aveva imparato a usare il braccio sinistro e con il destro offeso si aiutava per svolgere il suo lavoro. Il Signore gli permise di crescere i figli, di vederli capaci di lavorare e mandare avanti la famiglia, poi lo chiamò nella Sua vigna. Filomena rimase sola a combattere una vita dura. Visse due guerre mondiali, la morte di due figli, il primogenito e l’ultimogenito in un solo giorno, fame, miseria, sacrifici. Nonostante avesse diversi pretendenti non si risposò, accudì i figlioli, pregò e curò la tomba del marito finché l’anzianità le permise di arrivare al cimitero dei Zoccolanti a piedi. Morì ultranovantenne.

Fino alla fine dei suoi giorni ammonì figli e nipoti: “Figli, n’ vi fate ‘nghiastima’: le biasteme so’ come i sassi, se n’ te ne coglie uno, ti coglie j’atro”.

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Lucia Fusco