Miti e Leggende — 02 Aprile 2019
Cavallo a otto zampe: la leggenda di Sleipnir

Questo mese viene dedicato al mitico cavallo a otto zampe di Odino, Sleipnir.  La leggenda narra  che la rocca di Asgardh aveva come unica difesa contro gli attacchi dei giganti la sua posizione geografica: i bastioni naturali e i dirupi disseminati tutt’intorno rappresentavano una barriera difficilmente superabile. Ma gli dèi pensavano, ormai da tempo, di fortificare la cittadella divina con delle mura spessissime, indispensabile ostacolo da opporre alla continua minaccia di attacco dei giganti. Proprio in quei giorni, si presentò all’assemblea divina un mastro muratore il quale affermò di essere in grado di costruire delle mura così robuste che né i giganti né altre oscure forze del male avrebbero mai potuto distruggere. E, quasi a voler magnificare ancor di più la sua abilità, egli disse di poter svolgere il lavoro in «tre mezzi anni». Gli dèi, di fronte a tanta sicurezza, rimasero senza parole: nessuno di loro aveva mai pensato di realizzare la fortificazione in così breve tempo. Poi grande fu la meraviglia e lo sconforto degli Asi quando seppero che il mastro pretendeva in cambio della sua opera la bellissima Freya, orgoglio di tutta Asgardh, oltre al sole e alla luna. Si tenne una tumultosa assemblea per decidere sul da farsi e, infine, venne pattuito che il muratore avrebbe ricevuto il suo compenso solo se avesse costruito la fortificazione in un solo inverno e senza farsi aiutare da nessuno. Un po’ contrariato, il mastro muratore accettò le condizioni divine, ma chiese di poter utilizzare, quale unico aiuto, il suo cavallo, lo stallone Svadhiìfari: dopo una rapida consultazione ed ascoltato il parere di Loki, gli dèi accettarono. Immediatamente il muratore si mise al lavoro. Nelle gelide notti invernali esponendosi a temperature rigidissime, l’artigiano caricava grossi macigni in groppa al suo cavallo che li trasportava sulla rocca di Asgardh. Del resto, il contratto era stato stipulato davanti a testimoni e non si poteva certo non rispettarlo e infangare cosi l’onore divino. I primi segni dell’estate annunciarono l’imminente scadenza dei termini contrattuali e la fortificazione era quasi del tutto costruita. Tre giorni prima dell’estate, quando mancava solo la porta all’intera costruzione, gli dèi, in preda allo sconforto, si riunirono in assemblea. Scuri in viso riandarono con la memoria ad un anno prima. Allora, seguendo il consiglio di Loki, avevano accettato l’offerta del mastro muratore, avevano sottoscritto il documento che adesso decretava le loro angosce. Senza dubbio il colpevole era ancora lui: l’architetto d’ogni malvagità. A stento Loki riuscì a convincere gli dèi che, nonostante tutto, niente era ancora perduto: con la sua arte avrebbe impedito al mastro di completare l’opera. Non vedendo altra soluzione, gli Asi lasciarono libero Loki, minacciandolo di morte se i suoi piani non avessero avuto successo. Quella sera stessa, mentre era intento a trasportare i pesanti massi, Svadhilfari sentì un nitrito che proveniva dal bosco. L’inconfondibile richiamo equino preannunciava l’arrivo di una leggiadra cavalla che, di lì a poco, gli si parò innanzi. Quella giumenta era davvero una visione! La sua criniera ondeggiava dolcemente, seguendo gli agili movimenti diretti da muscoli stupendi, un vero capolavoro che sembrava uscito dalla bottega di uno scultore ispirato dagli dèi. Svadhiìfari, a ragione, non poté sopportare a lungo quel tormento: cedendo all’istinto, strappò le redini ed abbandonò il suo posto di lavoro; liberi di inseguire solo i loro desideri, i due animali galopparono felici tutta la notte. Ma quel giorno, ovviamente, il lavoro non procedette come al solito. Ora che il cavallo non poteva più aiutarlo, il mastro muratore capì che non sarebbe mai riuscito a rispettare i patti. Malmenando lo stallone, il muratore prese ad inveire contro tutto e tutti. Le sue grida bestiali richiamarono l’attenzione degli Asi. Gli dèi riconobbero in quei suoni disumani la furia tipica dei malvagi abitanti dello Jótunheim: era un gigante, dunque. Come ricorda un antico poeta nordico, «si negarono i giuramenti, le parole date e le promesse e tutti i patti. Come erano soliti fare in quei casi, gli dèi chiamarono Thor, l’eterno nemico dei colossi del gelo, e, senza nemmeno sentire le sue ragioni, il signore del tuono scagliò Mjdlnir contro il gigante muratore. Il corpo del gigante andò a raggiungere altri cadaveri infami nelle profondità di Hel. Tutti gli Asi resero omaggio a Thor che, ancora una volta, aveva salvato l’onore di Freya e impedito la scomparsa degli astri più cari. Forse fu per questo che nessuno notò un certo gonfiore del ventre di Loki, che era stato il vero artefice di quel salvataggio in extremis. Dopo un certo tempo infatti il dio partorì, tra lo stupore generale, un magnifico puledro, un eccezionale esemplare grigio che, cosa davvero strabiliante aveva otto zampe, tutte perfette. Solo Odino, osservando il destriero figlio di Loki galoppare veloce più del vento, trovò parole d’elogio per Loki. E, ricordando che una volta «avevano mescolato il loro sangue» divenendo fratelli, gli chiese in dono il cavallo. Da allora, in groppa a Sleipnir questo il nome del frutto del ventre di Loki Odino sfrecciò nel cielo, sulla terra e sulle onde dei mari nordici, rinnovando così l’ambigua alleanza con Loki, il «maledetto».

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Autore dell'articolo

Cristina Villanova
Cristina Villanova