Scienza&Tecnologia — 11 Gennaio 2020
Che cos’è il Mose e come funziona

test di sollevamento delle paratoie del mose a chioggia, riprese anche dall’alto con il drone

In queste ultime settimane di maltempo abbiamo sentito molto parlare di frane, crolli di viadotti, esondazione di fiumi e allagamenti. L’immagine che sicuramente abbiamo visto più volte è stata la piazza San Marco di Venezia completamente allagata con l’acqua che ha raggiunto il livello di 187 centimetri. Ed è tornato alla ribalta una delle opere ingegneristiche più spettacolari e più mal riuscite della storia italiana: il Mose. Tecnicamente Mose è l’acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico, un enorme sistema di dighe mobili a scomparsa che dovrebbe fungere da barriera e fermare le maree che dall’Adriatico entrano nella Laguna innalzando pericolosamente il livello dell’acqua. In tutto parliamo di quattro barriere collocate in tre bocche di porto e composte da 78 paratoie, enormi cassoni metallici larghi tra i 18 e i 29 metri. Queste paratoie sono ancorate tramite delle cerniere (156 in totale realizzate in acciaio) a dei cassoni di alloggiamento realizzati in calcestruzzo adagiati sul fondale. Il sistema sfrutta il principio del galleggiamento dei corpi di Archimede. Per far sollevare una paratoia viene immessa dell’aria al suo interno, ed essendo l’aria un fluido con densità minore rispetto all’acqua, essa tenderà a spostarsi verso l’alto nel tentativo di raggiungere il pelo libero dell’acqua: nell’eseguire questo movimento porta con se la singola paratoia. È possibile immaginare la paratoia come un pallone gonfio d’aria che, se posizionato sul fondo di una piscina e lasciato libero di muoversi, tenderà a risalire in superficie. L’operazione di riposizionamento sul fondale avviene facendo fuoriuscire l’aria dalla paratoia, la struttura si riempie di acqua e dunque affonda. Il tutto è controllato tramite sistemi informatici e sensori che forniscono costantemente dati come pressione e livello del mare. Il tempo di chiusura delle bocche di porto è in media tra le 4 e le 5 ore, compresi i tempi di sollevamento delle paratoie (30 minuti circa) e di abbassamento (15 minuti circa). È stato deciso che le paratoie entrino in funzione per maree superiori a 110 cm anche se le stesse potrebbero essere messe in funzione per qualsiasi livello di marea. Il progetto prevede che le dighe a scomparsa resistano a maree alte fino a 3 metri. Non solo. In teoria, se il cambiamento climatico farà innalzare il livello del mare, il Mose riuscirà a governare un livello medio più alto di 60 centimetri rispetto a quello attuale. Ogni paratoia, inoltre, è indipendente dalle altre, ovvero si è scelto di utilizzare schiere con numerose paratoie di piccole dimensioni. La storia del Mose ha radici lontanissime. Si cominciò infatti a parlare della possibile costruzione di una barriera per proteggere Venezia dopo il 4 novembre del 1966, quando l’acqua alta raggiunse il livello record di 194 centimetri devastando la città. Nel corso degli anni furono vagliati molti progetti e nell’aprile del 1984 fu scelta la soluzione delle dighe a scomparsa. Successivamente fu un comitato interministeriale per la salvaguardia di Venezia che il 3 aprile del 2003 approvò in via definitiva il progetto del Mose.

In molti si sono chiesti come mai il Mose non sia stato attivato per prevenire l’inondazione che ha messo in ginocchio l’intera città di Venezia. Una domanda legittima che purtroppo ha una risposta molto semplice e allo stesso tempo drammatica: il sistema è ancora in fase di collaudo e azionandolo sarebbe stato danneggiato in maniera significativa. A novembre 2019 difatti lo stato di avanzamento lavori è del 94% e la consegna è prevista per il 31 Dicembre 2021. Nel corso di un test realizzato ad ottobre sono state registrate alcune vibrazioni considerate pericolose, determinando altri rinvii. Recenti analisi hanno evidenziato che i perni, le sedi di alloggio e le stesse paratoie sono interessate da fenomeni di corrosione, oltre che a depositi di materiale terroso e roccioso. L’ennesima figuraccia italiana dove si spenderanno 7 miliardi di soldi pubblici (e altri 100 milioni di euro all’anno per la manutenzione) per costruire un’opera che è già obsoleta ancor prima di inaugurarla.

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Autore dell'articolo

Giorgio Agostini
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