Lepini slider — 30 Aprile 2019
Ciao Daniele, e grazie

Ricordo ancora la prima volta in cui incontrai Daniele Nardi, poco meno di una ventina d’anni fa. Avevo letto di questo ragazzo di Sezze, il primo nato a sud del Po ad aver superato “quota Ottomila” sul Cho Oyu, e appresi che quella coppia di persone, squisite e sempre sorridenti, con cui condividevo la passione della corsa, erano i suoi genitori. Quindi, loro tramite, contattai Daniele per ospitarlo in un programma televisivo. Nel breve tragitto in auto dal luogo dell’appuntamento agli studi di ripresa, scoprii che gli avevano dedicato servizi e interviste, ma quella era la prima volta di una trasmissione, seppur locale, incentrata su di lui. In realtà scoprii anche altre cose: eravamo coetanei, lui di giugno, io di settembre, ed entrambi avevamo accantonato gli studi – Daniele ingegneria, io economia – per inseguire i rispettivi sogni. Questi tratti comuni, uniti all’amore per sport di fatica e d’impegno, ci avvicinarono al di là e oltre quel singolo appuntamento. La frequentazione domenicale coi suoi genitori rafforzò i legami, così come la comune adesione al Panathlon: quando mi capitava di introdurre Daniele e Ilaria Molinari – illustre apneista delle nostre terre – ricordavo come uno andasse in altro, l’altra in basso, mentre io preferivo rimanere “coi piedi per terra” e, da buon ultramaratoneta, andare lungo. Proprio in occasione del sessantennale del Panathlon Latina ebbi modo di incontrarlo per l’ultima volta, mentre un decennio prima – in un volume pubblicato per i cinquant’anni del club – narrai l’aneddoto che diede inizio alle avventure di Daniele in montagna, ossia quando ottenne dal padre la possibilità di rimanere una notte in un rifugio coi fratelli, più piccoli e sotto la sua responsabilità. Storia raccontatami dai genitori che avevo romanzato un po’, ma a lui la mia versione piacque forse più dell’originale. Daniele provò a coinvolgermi in alcuni suoi progetti, ma io non mi sentii all’altezza, forse non ebbi il coraggio di gettare anima e corpo nella scrittura come lui ha fatto con l’alpinismo. Io sono coi piedi per terra, ho ripreso l’università e ho riposto i sogni nel cassetto. Lui no, ha provato a fare una cosa incredibile e non si è arreso. Quando il suo destino è stato certo, mi è capitato di ascoltare due canzoni: La leva calcistica della classe ‘68 di De Gregori, e Canzone delle osterie di fuori porta, di Guccini. Ecco, Daniele non ha avuto paura di tirare un calcio di rigore e, secondo le categorie del Francesco emiliano, è vivo, vivissimo. Amico mio, scrivo piangendo, è stato un onore averti conosciuto. Conserverò nel cuore il casuale incontro al Fogliano, con Mattia nato da cinque giorni: chiacchierammo per tutto il lungolago, e Daniele mi espose le sue preoccupazioni da neopapà, con la necessità di rimboccarsi le maniche per allontanare le nubi che si sono addensate sulla società attuale e garantire un futuro alle nuove generazioni. Ci proverò, te lo devo, lo devo a Mattia, Daniela e ai tuoi genitori, emblema di amore incondizionato. Ancora non mi capacito di doverti salutare per l’ultima volta, anche se sono certo che rimarrai sempre presente fra noi. Ciao Daniele, e grazie.

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Andrea Giansanti