Racconti — 30 Ottobre 2020

1935 e dintorni -Stufodella caserma, dopo mesi di adunate, ordini, marce, Paolo scelse di passare il resto del tempo da militare come attendente in casa del capitano Scalcini a Roma, nel quartiere Flaminio, a un passo dal Ministero della Marina. Aiutava la balia, la scortava nelle spese, portava le sporte su per le scale, accoglieva gli ospiti alla porta, allietava le bambine di casa con scherzetti mentre spolverava lo studio del loro babbo. Si trovava bene, la balia di Frosinone e i dialetti lo facevano sentire a casa. Un giorno spaventò le bambine mangiando una banana in un sol boccone, le piccole si misero a strillare per tutta la casa che Paolo stava per morire, sarebbe soffocato!

Era gioviale, di buon carattere. Aveva sedici anni quando il Signore aveva reclamatoil padre Antonio nelle Sue vigne del Cielo, dopo avergli permesso di crescere la figliolanza.La vedova, con l’aiuto dei figli, lavorava la campagna, curava le bestie, il casaletto dove abitava. Appena tornato a Suso chiese alla madre un “manicuto” con un boccione d’olio e una caciotta e si ripresentò dal capitano chiedendogli la grazia di trovargli un lavoro a Roma. Il militare lo accolse come un fratello minore ma lo convinse a desistere e a tornare in campagna dove:“…si può curare un orto. A Roma la gente mangia i muri…”

Arava le terre altrui con i suoi buoi. Era forte e capace, davatutti i guadagni alla mamma. Un giorno un’anziana vedova gli dette molti più soldi del dovuto nonostante lui non volesse accettarli. Contento li portò a Filomena, strappandole il permesso di acquistare un trench. I patti erano che l’avrebbero indossato a domeniche alterne, lui e il fratello Vincenzo, perché dovevano entrambi “assorarsi”.

I due fratelli andarono a Sezze nel negozio di Gigi Marinari. Erano fatti col pennello: alti, ben piantati, atletici, i capelli castani fluenti e pettinati all’indietro. Scelsero il trench più elegante e fuori dal negozio Paolo, il maggiore, lo portò piegato sul braccio, come fosse una Madonna in processione. Quando si trovarono nei pressi di piazza dei Leoni un camioncino a forte velocità li costrinse a salire su un gradino per non essere investiti e il trench, di un’avana molto chiaro, cadde a terra. Non ci furono strappi o altri danni, tra confusione e costernazione spolverando entrambi a quattro mani come per una sonata al pianoforte, Paolo ebbe la visione che avrebbe cambiato la sua vita: passava accanto a loro Silvia ‘n cima agli monte con la figlia Lidia, quindicenne. Lui ne aveva dieci di più.Un fulmine li colpì entrambi, in modo accecante, irreversibile. Con gli occhi Paolo le disse l’amore.Le due donne risposero garbatamente al saluto dei due fratelli e si allontanarono. A casa Paolo raccontò alla madre: “So’ uisto la fuiglia di Silvia ‘n cima agli monte. Ohi ma’, non te pozzo dice le bellezze di Lidia, so’ troppe! M’ha cecato gl’occhi e i core, me la uoglioassora’”.”Si scelto bene, fuiglio bono me,ca è ggentebbona, la matre porta le ricotte co’ gl’asineglio agli spedalo di Sezze, da suor Giovannina, è sempre giantile e te’educazzione”.

Strinsero le parentezze, il fidanzamento durò un anno.Silvia acquistò la stoffa per il vestito da sposa di Lidia sempre da Gigi Marinari, la sarta Angelina fece un capolavoro: una veste celeste cinerinolunga fino sotto il ginocchio e sopra uno spolverino blu. Era il 27 ottobre 1937, il giorno precedente alle nozze. La sarta però non aveva finito il vestito della sorellina Ines, otto anni. La bambina delusa pianse lacrime di dolore. Angelina commossa promise che avrebbe cucito tutta la notte per Ines, per rifinire il suo bel vestitino.

Il mattino dopo, di buon’oraInes, sola con Gesù e Maria, scese da monte Pilorci e andò a Sezze dalla sarta. Tornò correndo, pettinò le lunghe trecce nere, indossò il vestitino e accompagnò in corteo la sposa da monte Pilorci alla Chiesa Nuova ai Boccioni dove don Antonio De Angelis avrebbe unito quel giorno diciotto coppie. Ines era splendente, Lidia era bella come la regina dei pastori, i capelli lunghi e neri raccolti nella crocchia, il faccino dolcissimo epulito. Paolo era orgoglioso, entrambi contenti e innamorati. Vicino a Lidia c’era una sposa poverella, sua cara amica, le chiese all’orecchio: “Li’, quanno don Antognot’ha spusato, me presti gl’aneglio? I’nun lo tengo. Doppo te loridongosubbito”. Lidia con grazia e fiducia le prestò la fede, il tempo per dire sì. Anche quello fu un matrimonio d’amore, oggi il figlio di quella coppia poverella guida una Ferrari. Il pranzo a casa dello sposo, all’aperto, con le tovaglie bianche eil vino fragolino, fu allegro e sereno.Dio fece loro molti doni: i figli, i nipoti, la concordia pur nel maschilismo dell’epoca, l’amore, la sopravvivenza dalla guerra, la salute per lavorare: “Nun pozzo dice le bellezze di Lidia”, queste le parole di Paolo dopo sessantatré anni di matrimonio.

L’amore non si spegne con la morte, resta nel cuore di chi ti ha amato, lo riscalda e addolcisce le amare lacrime della perdenza.

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Lucia Fusco