Musica — 20 Novembre 2020
Dentro a “Sopravvissuti e Sopravviventi”

Dopo il precedente “Lambrusco coltelli rose & pop corn” del 1991, “Sopravvissuti e sopravviventi” è il terzo album di inediti pubblicato dal rocker Ligabue.

Questo album, pubblicato nel 1993, ebbe un riscontro a livello di vendite molto al di sotto delle aspettative suscitate dai due lavori precedenti. Questo perché Ligabue decise di raschiare il fondo del suo cassetto pieno dei brani scritti in gioventù, e lo fece portando alla luce il suo lato più oscuro e più triste, che non lascia spazio, a differenza di quanto accadeva nei dischi precedenti, a nessun segnale ottimista o di autoindulgenza.

Il disco è realizzato ancora una volta in collaborazionecon il gruppo “Clandestino”, collaborazione che proseguirà anche nel successivo “A che ora è la fine del mondo?”, per poi interrompersi.

Una delle peculiarità dell’album è senz’altro l’indurimento del sound, dove il cantante e la sua band toccano tranquillamente sonorità prettamente grunge rock, ancora una volta con influenze anni ’80 (del resto è nei primi anni di questo decennio che i pezzi hanno visto la luce), con tastiere prepotenti in perfetto stile Doors e Hammond rotanti di ispirazione Lordiana, e chitarre che ricordano quelle di nomi illustri come i Savatage e Neil Young.

Un esempio ne sono la traccia di apertura “Ancora in piedi”e “A.A.A. qualcuno cercasi”, “Dove fermano i treni” e la durissima “Lo zoo è qui”.

Paradossalmente, il disco brilla maggiormente soprattutto per i brani più melodici e intimisti come “Ho messo via”, singolo trainante dell’album, “La ballerina del carillon”, la stupenda “Walter il mago” e la bellissima “Quando tocca a te”.

Da citare poi brani che entreranno nella storia come “I duri hanno due cuori”, brano in parte parlato (sullo stesso stile di Bambolina e barracuda canzone inclusa nel suo primo album) dove Ligabue racconta squarci di vita del personaggio Veleno.

È infatti in questi brani che il musicista e la sua band danno il meglio di sé esprimendosi ai massimi livelli.

Altra canzone degna di menzione è sicuramente “Piccola città eterna”, dove un’ottima base di rock melodico, accompagna i racconti di vita di un piccolo centro e dei suoi abitanti.

Finisce così questo terzo album di Ligabue, indubbiamente il più “artistico” dei tre, un concept sulla metafora uomo-animale di zoo, intenzione rivelata con chiarezza dall’autore già nella copertina, caratterizzato da realismo espressionistico, malinconia, riflessioni esistenzialistiche e vuoti dell’anima. Un album dunque dichiaratamente antiestetico e pertanto poco commerciale, che infatti non ebbe un considerevole successo a livello di vendite, che portò tra le altre cose alla fine della collaborazione tra Ligabue e i Clandestino e che fece maturare nel rocker di Correggio, a livello più o meno conscio, la convinzione non del tutto infondata che un altro disco “impegnato” non avrebbe di certo giovato alla sua carriera, che doveva invece essere (e di fatto si avviava nonostante tutto ad esserlo, grazie ad una caparbietà e una determinazione comune a pochi) quella di una indiscussa rock star, ai vertici delle classifiche della musica italiana.

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Autore dell'articolo

Matteo Fraccarolo
Matteo Fraccarolo