Racconti — 19 dicembre 2018
Desideri e segni

Sezze Scalo, Anni Settanta – Erano i giorni dei morti. Le giornate erano umide e ventose. Armando e Loretta a primavera avrebbero festeggiato le nozze d’argento. Maturi, ancora giovani, erano una bella coppia ma bisticciavano come cane e gatto, nonostante l’affetto sincero che li univa. Quella mattina l’aveva vista uscire dal cancello di casa con la 124 rossa nuova fiammante. “Vanco a fa’ na cica de spesa, ca ‘n ci sta più gnenteda magna’ agl’arcono”. Il giorno precedente, al Cimitero dei Zoccolanti, in terra santa, avevano discusso animatamente. Loretta da sempre aveva un desiderio: una cappella con i vetri dipinti, “come alla chieisa”. Armando invece non ci pensava proprio. Erano ancora giovani! Al massimo avrebbe acquistato due loculi vicini;le aveva detto che avrebbero potuto usare i soldi in modo diverso, dare qualche soldarello alle figliole; la primogenita, Pina, era sposata con un maestro elementare ed era rimasta a vivere vicino ai genitori, in una villetta costruita con i sacrifici, la seconda figlia con un ragazzo che faceva l’agricoltore nella zona e non si era allontanata di molto anche lei.“Ci potarimo fa nu bello viaggio de nozze, ca quando ce semoassorati manco a Uenezia simo iti, tre giorni doppo aglisposalizzio so’ ito a balle a laurà co’ patto e zieto”, ma Loretta non sentiva ragioni, voleva la cappella di famiglia.

Il destino è crudele e Loretta non poté fare la spesa, ne’ tornare a casa. Una tragedia stradale la uccise sul colpo a pochi chilometri da Armando. Uno sciagurato, a cento all’ora, l’aveva centrata con un frontale, la macchina distrutta, lei morta sul colpo. Quell’incosciente patentato aveva distrutto una famiglia in un attimo di superficialità. Quella sera stessa Armando telefonò al camposantaro e acquistò la cappella che aveva desiderato Loretta e dove venne tumulata due giorni dopo per il riposo eterno.

“Ci so’ litigato tutta la uita co mammeta, e mo’ nun pozzo uiue senza di essa”, si lamentò Armando con la figlia Pina che aveva scelto di portare il lutto stretto per la madre: calze, scarpe, vestiti neri. La sorella piccola invece no. Non si sentiva di portare addosso il dolore che sentiva nel cuore, aveva un blocco emotivo che la costringeva a stare per suo conto e non andava a trovare Armando. Pina invece lo cercava sempre: “Papà, perché nu uieni a magnà a casema? Lo sai che a Peppe ci fa piacere se uì”. Il padre si strinse al petto la figlia e piansero un po’ insieme in silenzio: “No, vu sete sposetti e è benoca state suli, dapò, quando passa tutto sto doloro catenemo,uerò”.

Pina se ne andò e Armando, dopo aver mangiato un po’ di consolo della vicina, si mise a cercare in tutta casa: stanza per stanza, cassetto per cassetto, pure in giardino, ma non trovò niente. Era preoccupato perché doveva pagare i funerali e pure dare l’anticipo per la cappella. Non gli era restato quasi niente nel portafoglio. Qualche giorno prima della tragedia aveva dato alla moglie un pacco di carta legato con lo spago. “Lore’, adecco ci stao trenta migliuni, tinili tu’ cadapo’ li portamo alla banca ca ci dau gl’interessi e famo dispetto agli ladri”. Loretta li aveva ben nascosti e Armando cercava come un pazzo per tutta casa.

Un paio di mattine dopo Pina andò a prendere il caffè dal padre: “Papà, me so’ sonnata mamma! Ch’era bella! Purtavaquigliouestitoca ci semo messo, e stava pettinata be’. M’ha dittona cosa strana! S’ha raccummanata di dirti cachella cosa che stai a cercà nu l’ha messa adecco a casa, deuicercà a quiglio posto doueue sete magnati no loncettocugliprusutto, ‘nzeme ‘st’estate” Armando trattenne l’emozione: “So’ strani i sogni!”

Quel giorno stesso andò alle sue terredove, un paio di mesi prima, avevano passato una bella giornata di sole e di vino fresco, Loretta aveva tirato fuori i panini ed erano restati fino a notte. Nella casupola, linda e ordinata, però non c’era niente; Armando uscì fuori e vide tra i rami dell’ulivo che fiancheggiava la capanna una busta di plastica nera tra i rami, legata con lo spago. Aveva ritrovato i soldi!

La mattina dopo si alzò presto, comprò una camelia bianca e andò da Loretta. Non sapeva cosa pensare. Il dolore che provava superava ogni meraviglia e non cercava risposte alle domande che sentiva dentro. Curò la nuova casa di lei, come Loretta aveva fatto per tanti anni nella sua casa di sposa e dette l’acqua alla pianta. Infine spezzò un rametto pieno di fiori e lo mise sul marmo della tomba. Baciò la foto della moglie e se ne andò a lavorare nei campi, per la prima volta dalla sua vedovanza.

Il giorno dopo riecco Pina: “Papà, me so’ risognata mamma! Cetto papà, stava ingrifata! Ha ditto che i fiuri li lasci alla pianta, no’ ca spezzi i ramo! I fiuri ‘n si toccano!” Stavolta Armando impallidì:“Ma accumm’ècaviè da ti e da mi ‘n ce viè! Ce uolariaparlàna cica, tante cose n’ ci so’ ditto e tante ce ne uolariaaddommanna’”.

Passarono i giorni e i mesi. Pina accudiva Armando come poteva, ma il padre sembrava invecchiato di cent’anni. Si era chiuso in se’ stesso, curava poco i suoi interessi, passando gran parte delle sue giornate al camposanto. Qui parlava a Loretta, le si rivolgeva come se fosse viva, le chiedeva perché non gli rispondesse. Si lamentava: “Si cuntenta de la casa che ti so’ accattato? Era chella che uoleui tu! Guardì nu me uieni in sonno? Mi si lasciato suloadecco! Perché n’ mi si purtato cu ti quiglioggiorno, mo’ stavamo ‘nzeme…”

Il primo giorno di primavera Pina lo cercò di mattina presto per andare a fare la spesa con lui, lo chiamò per tutta casa, nel magazzino, in giardino, al bar dove giocava a carte coi vicini. Sentiva dentro di se’ un turbamento tragico, un nervoso profondo. Chiamò la sorella e le chiese aiuto. Dopo averlo cercato dappertutto le figlie e i generi trovarono Armando nella cappella, morto. Si era addormentato per sempre, sorridente vicino a lei.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco