Racconti — 28 dicembre 2016
Due Fratelli

1940 – In sogno sassi appuntiti avevano tagliato le mani di Gabriele. Nella stanza un afrore forte. Nel letto dormivano i genitori e le due sorelle maggiori; la più piccola, nata a Natale, appesa alla mammella. In un giaciglio a terra, i fratelli grandi.

Lui e Felicetto, i più piccoli, in cucina, con la nonna. Lontano, il raglio degli asini. Ad Amelia, all’ingresso della casa, stavano le bestie con la zappa, la vanga, la falce. Sacchi impolverati di iuta appesi alle pareti facevano da cassetti. Gabriele toccò piano Felicetto. Erano d’accordo. Avevano aspettato la notte di luna piena. Si alzarono cupi, già vestiti, le scarpe sfondate in mano, evitando lo sguardo della vecchia. Dentro il cesto pane, formaggio, un fiasco d’acqua, qualche moneta.

A Natale la mamma: <<Regazzì, è nata n’artra creatura. Papà fa er sartore, cuce pe’ le case della ggente. Magna, dorme là, ‘n cambio de fa’ li panni a tutta la famija. Papà va a lavorà a ‘na casa de certi ricchi d’Amelia. Pe’ lui abbasta. Puro pe noiartri quarcosa c’esce. Ma voialtri dovete smammà perché qui non ce sta posto. La Madonna v’accompagni>>. La suocera, nonna Cesira, si asciugò le lacrime con lo zinale nero.

Era maggio di mattino presto. Camminarono per giorni senza dirsi una parola, senza guardarsi in faccia. Incontrarono poca gente. Mangiarono le provviste e dormirono sotto gli alberi, coprendosi col bavero. Per la strada litigarono perché il piccolo avrebbe voluto fermarsi ad aiutare un contadino. Le provviste erano finite. Il manicuto vuoto l’avevano scambiato per un po’ di ricotta. Arrivarono al mare. Non sapevano di essere a un passo da Roma. A scuola avevano imparato che, su una barca grande come una chiesa, si arrivava al di là del mare, fino in America. Le onde lucevano, la schiuma bianca lambiva loro i piedi, l’orizzonte infinito splendeva e rifletteva la luce creando gioielli. Il miraggio di ricchezza offendeva la povertà e li rese cattivi. <<Gabriè, me ne vado! Nun me venì ppiù ddietro, che nun te vojo. S’arivedemo, ciao>>. Gabriele non capiva perché doveva perdere pure Felicetto.

Girò per le strade. Non conosceva nessuno. S’incamminò verso la campagna cercando un albero da frutto per placare il dolore della fame. In una casa colonica un uomo spaccava la legna. Ipnotizzato dai gesti ripetitivi, lo aiutò: <<Statte attento che te fai male!>>. E poi: <<A maschie’, c’hai fame? Vie’ co’ mme!!>>. Lo seguì nel casolare dove la cucina profumava di basilico e di aglio pestato. Le pentole sfrigolavano. Le donne lo accolsero: <<Pietrù’, ‘ndo l’hai preso ‘sto bel regazzino? Vie’ qua’ bello, magna>>. Gli dettero maccheroni, acqua e vino. Gli chiesero chi era, se era scappato da casa e perchè, da dove veniva, se voleva aiuto. Gabriele fu sincero. <<Si vòi, pòi sta’ qua co’ noi… c’aiuti>>.

Sazio ed esausto andò in un lettuccio di ferro: <<Ce stava mi’ fratello che è ito pe’ l’America. Poi me leggi la lettera, sì?>> Il fanciullo già dormiva.

Sette anni dopo, pochi giorni prima di Natale, arrivarono i carabinieri al casolare. Avevano ricevuto una segnalazione: il ragazzo doveva tornare perchè era “scappato di casa”. Tentarono di spiegare che non era così ma i carabinieri non ascoltarono ragioni perché era minorenne. Salutò e seguì i militari. Qualche ora dopo era ad Amelia. La madre s‘affacciò e, prima che potesse salire, pigolò: <<A Gabriè, come stai? Bello de mamma, te sei fatto granne. Che sei venuto a fa’? Qua nun c’è più posto pe’ te>> , <<A ma’ m’hanno portato i carabbinieri, io n’ ce volevo venì>>. <<Gabriè, la ggente nun se fa’ mai li casi sua. Ciao, se rivedemo!>>. I carabinieri rimasero allibbiti ad ascoltare il dialogo surreale. Lasciò per la seconda volta la madre senza un abbraccio.

Di nuovo a piedi. Stanco, alle porte di Roma, sentì una fisarmonica. Erano nomadi alla luce di un falò. Si unì a loro e divise pane e canti. Il giorno dopo in un cantiere rubò delle tavole vecchie. Le accostò alla parete di una baracca e si costruì un riparo. Visse nella baraccopoli per quattro anni: la mattina presto andava ai mercati generali dove raccoglieva frutta e verdura tra la spazzatura. Se gli capitava di scaricare cassette non si tirava indietro. Lo conoscevano come un bravo ragazzo, onesto. Infatti non rubò più.

A 18 anni incontrò Maria, i cui genitori si opposero al fidanzamento. Gabriele era troppo povero! Fecero una “fuitina” e andarono a stare nella baracca. Giovani e felici nacque Assunta. Di nascosto al suocero portavano la bimba in visita alla nonna che dava loro qualche panno, da mangiare, qualche soldo. Maria confidò alla mamma che la bambina riposava male perché al campo tutte le notti era festa fino a notte fonda. La nonna pianse. Il giorno dopo il padre di Maria li andò a prendere e li accolse a casa sua. Si sposarono e battezzarono la bimba. Lui prese la patente e si iscrisse ad una scuola serale. Partecipò ad un concorso alle ferrovie e lo vinse. Nacque Paolo. Furono anni bellissimi, in cui Gabriele scoprì la normalità.

Ormai anziano, aspettando l’autobus a piazza Fiume, riconobbe Felicetto. I due si abbracciarono. Scoprirono di aver vissuto vite parallele, oneste, buone. Promisero di non si lasciarsi più.

A Natale Felicetto portò la notizia che Gertrude, la sorella più anziana, era malata, sola al mondo. Partirono in macchina quella notte, per condurla a Roma e ricoverarla. Non li riconobbe. Morì al Pronto Soccorso del San Giovanni.

Un conoscente scrisse che la madre era morta. Partirono per Amelia. La casa era vuota come il cuore della mamma, che nella sua vita disgraziata e anaffettiva, aveva perduto figli, marito, suocera. Cercarono un ricordo: non c’era niente, da una sedia sfondata sporgeva un vecchio giornale. Lo tirarono e trovarono trenta carte da diecimila lire, fuori corso, grandi, rosse, senza più valore legale. Piansero pensando a tutte le sofferenze passate. La madre aveva tesaurizzato il denaro distruggendo la sua famiglia, il vero tesoro della vita. Buon Natale.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco