Racconti — 09 Luglio 2019
Due Santi

ilano – Inverno 1999

Dopo tredici anni di supplenze,sbattuta per tutta Roma da periferia a periferia pur di fare punteggio, Lucia accettava di lavorare anche un giorno solo,pure con la febbre. Luoghi poveri, scuole ghetto, scritte violente su muri sudici, un’umanità che la metteva spesso in crisi: “E’ proprio questa la mia strada?” ma la passione per l’infanzia era forte e stringeva i denti. Nel 1997 il ruolo,ma a Milano in una scuola vicino a piazzale Corvetto, a poche fermate dal centro. Aveva immaginato il nord come un mondo diverso, più pulito, invece trovò sudiciume, solitudine, genti di tutte le lingue e dialetti, moltissime donne coperte da burqa dolorosi dietro a mariti panciuti.  Milano era “invasa” da persone sotto tende colorate, gli occhi coperti da una feritoia, costrette a camminare un passo indietro al coniuge, con lo sguardo a terra per non cadere. A Roma non le aveva mai viste,in uno stato di perenne rabbia le faceva male il cuore, le sembrava di vivere in una brutta macchina del tempo, in un medioevo misogino.

La scuola era ostile ai “sudici”, come venivano chiamati gl’insegnanti del sud, perseguitati da preconcetti, battute e risatine. Lucia era nata a via dei Gracchi a Roma, ma le sue radici e i suoi cari erano a Sezze, tra paese e campagna. Due case, una a Roma in inverno, l’altra a Suso, dove passava anche i week end dei mesi freddi. Metà romana metà sezzese. In via Lodi divise un appartamentino con una professoressa maltese che tornava la sera tardi tenendo un corso d’inglese in una scuola serale. Mangiava quello che Lucia le lasciava in cucina. Lustrava, puliva da cima a fondo, ridava luce ai vetri con giornale e alcool perché non le piaceva quell’ambiente sporchiccio. Si imponeva di sorridere, nel tempo libero e dopo il lavoro prendeva la metro e scendeva a caso, esplorando la città meneghina. Trovava luoghi interessanti: una bella piazza, una biblioteca, un museo, un mercato, un parco, negozi di cibi vegani, artisti di strada, ragazzi in skateboard, madonnari e variaumanità. A volte aveva paura: aveva trovato nell’androne del palazzo un ubriaco che dormiva e se ne era spaventata, aveva assistito a risse in pieno giorno, a borsettate, per futili motivi. Sotto casa diverse donne passeggiavano in attesa di clienti, non lontano dal centro, ne aveva pena e le salutava rientrando. Mangiava davanti alla tv, telefonava ai genitori e andava a dormire. Sul lavoro c’era un silenzio rispettoso, qualche mezzo saluto tra colleghi. La domenica mattina aveva preso l’abitudine di esplorarele chiese e le abbazie di Milano, le piaceva soprattutto la Basilica di Sant’Ambrogio, dopo due anni conosceva tutte le vecchiette.

Le avevano negato il trasferimento per due volte. Voleva riavvicinarsi alla famiglia, anche se cominciavaad apprezzare quella città grigia, fredda e anaffettiva. Il 17 gennaio, Sant’Antonio Abate, era domenica. Decise di andare a messa, scese per caso alla fermata Moscova. Palazzi di vetro scintillanti, giardini e gente che correvacircondavano una piazza con un’antica chiesa, Santa Maria degli Angeli. Davanti alla vecchia facciata nel piazzale alberato, diversi bambini portavano al guinzaglio, in braccio, nei trasportini, cani e gatti di tutte le razze, una mamma e una puzzolina stavanoteneramente abbracciate. Lucia si sentì felice e cominciò ad accarezzare bambini ed animali. Un religiosofrancescano invitò tutti ad entrare in chiesa. I bambini si sedettero nelle prime file, il sacerdote: “Come ti chiami e come si chiama il tuo caro animale?”, “Io sono Luca e lui è il mio Poldo!”, il sacerdote benediceva con una croce sulla fronte il bambino e poi con l’acqua santa li aspergeva: “Sant’Antonio vi benedica. Vi benedica il Signore, Creatore del Cielo, della Terra e delle Sue Creature”. L’incontro, intenso, di vera pace, finì con preghiere libere dei bambini: “Signore benedici la mia famiglia, proteggi pure il mio gattino, che è una una Tua Creatura”.Lucia estasiata, sognava una cerimonia del genere da tutta una vita, non sapeva che non ne avrebbe mai più rivisto una simile. Durante la messa la maestra pregò il Signore di riportarlaa casa,poi visitò la chiesa,conosciuta come dell’Angelo perché si diceva che qui fosse apparso un angelo che, affine all’Angelo sulla Mole Adriana a Roma,aveva guarito dalla peste la popolazione meneghina. Una gentile suora l’accompagnò e le mostrò le opere d’arte della chiesa. Arrivate davanti alla cappella di San Carlo Borromeo la maestra si inginocchiò: “Suora, ma qui c’è anche un quadretto dedicato a San Carlo da Sezze! E’ il protettore degli studiosi, nato a Sezze, ora riposa a Roma, nella chiesa di San Francesco a Ripa, nel cuore di Trastevere. L’avrà messo qui un mio compaesano! Io lo sento due volte mio perché vivo tra Sezze e Roma e sento il suo spirito che aleggia intorno a me.”

“Preghiamo allora i due santi, san Carlo Borromeo e San Carlo da Sezze perché ci accompagnino e ci proteggano!” Le preghiere furono ascoltate dai due Santi perché Lucia ottenne il trasferimento. Grazie ai due San Carlo!

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Autore dell'articolo

Giorgio Agostini
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