Attualità Cori slider — 25 Giugno 2020
Essere digitali al tempo del coronavirus

L’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per alfabetizzazione digitale degli adulti, per alfabetizzazione funzionale (cioè la capacità che hanno gli adulti di saper interpretare fatti in un’ottica complessa) e per utilizzo degli strumenti digitali legati ai pagamenti, con tassi di utilizzo del contante tra i più alti, con una buona digitalizzazione dei servizi ai cittadini, ma con un uso limitato. Un quadro che sicuramente indica desolazione rispetto alle possibilità del futuro e del presente, eppure uno spettro si è aggirato l’Europa che ha cambiato le carte in tavole: maggiore sensibilità degli italiani rispetto a tematiche tecnologiche o il desiderio e patriottico di primeggiare rispetto all’Estonia (campione digitale assoluto in Europa – alla faccia di paese post-comunista)? No, parlo del coronavirus. Certamente, aver fatto muovere i primi passi digitali alle persone non è stato il buon senso, ma la minaccia reale e concreta di potersi infettare e, quindi, di fronte all’impossibilità di poter fare come prima, hanno dovuto cambiare le abitudini. Come quando si prende una medicina che non ci piace: non c’è altro rimedio e dobbiamo farlo. Ovviamente, il coronavirus riflette una sconfitta culturale: tutta una serie di possibilità e di riforme aziendali, strutturali, dei pagamenti, dei servizi, l’istruzione digitale nelle scuole ecc. potevano essere fatte con costanza e in tempi normali. Non vorrei, chiaramente, fare dipingere tutto dello stesso colore, ma parlo del dato medio, dell’evidenza provata delle difficoltà enormi di fare ciò che non si è fatto negli ultimi quindici anni, mentre il resto d’Europa viaggiava a velocità molto diverse. Indubbiamente, il rammarico profondo per tutte le persone che ci hanno lasciato, l’ingiustizia umana di  cari, di amici, di persone che non lo meritavano affatto. Eppure, in tutti i tempi di disastro, scatta un principio, che è il principio di Enrico Quarantelli enunciato negli anni cinquanta: durante i tempi di disastro, le persone mostrano il loro lato migliore e più umano. E aggiungiamo: sanno riorganizzarsi per trovare la chiave del futuro. E qui il punto: lasciarci dietro la nostra fase uno – non parlo più di quarantena – ma dello scatto culturale necessario che ci porta come sistema Paese a fare un passo in avanti. Gli effetti della quarantena saranno in avanti e saranno duraturi: pagamenti online, incontri digitali, docenti più formati, intensificazione della formazione permanente, gli effetti ambientali (cosa facevamo prima di non necessario?). La nostalgia che dobbiamo avere ora è per il futuro, non quello per un passato che, comunque, non potrà più riaccadere. In tal senso, la scommessa vale il futuro, quello attuale e quello dei nipoti e pronipoti. Le nostre economie hanno subito uno shock comparabile a quello di una guerra, senza l’economia di guerra, senza uno shock anche materiale. Forse erro. Forse la scommessa rimane comunque, al di là se ci sia o meno stata una vera guerra (non dimentichiamoci di quelle vere, esistenti, ogni giorno: l’inaccessibilità di quasi tutti i luoghi per le persone con disabilità, un Paese come il nostro dove ogni tre giorni una donna viene uccisa da un maschio italiano, la violenza domestica, ecc.). La risposta sta nella cultura: creatività, studio, accessibilità dei corsi online. Corsi su tutto. Vi racconto l’esperienza di Polygonal, di cui sono presidente, e con cui stiamo sviluppando corsi online su varie tematiche: dati aperti (open-makers.eu), uso di strumenti della finanza digitale(selfmate.eu), mediazione parentale digitale (digitalparent.eu) e coinvolgimento creativo dei giovani (eu-network.net: come aprire un blog? Un sito? come si fa una buona grafica? Come ci si promuove online? E la privacy? Ecc.).

Restiamo umani. Restiamo immuni.

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Marco De Cave