Cori Cultura — 20 Agosto 2020
Eventi e dibattiti finiti, riscatto culturale cercasi

Il vero pericolo del post-quarantena non sono stati gli immigrati dislocati dalla Prefettura a Cori – quel dibattito lo lasciamo a chi è davvero annoiato, che guarda la pagliuzza in un occhio che ormai lacrima per ben altri problemi. Si tratta, piuttosto, di quel processo di sedimentazione del nulla. Intendo, e lo dico, del non organizzare, non promuovere, non incontrarci al di là di qualche evento qua e là.

Per carità, poi, tutto fa brodo, come indica il saggio adagio dei nonni. Ma quel brodo, ormai, è troppo poco. Parlo, quindi, di una cosa più sottile: quell’attitudine più generale, più sottile, che sta nella mancanza di creare punti, di creare iniziative partecipatorie o di crescita. Ripeto, non parlo degli eventi-spettacolo, ma di spettacoli diversi, quelli che dovrebbero fomentare assemblee, discussioni, analisi. Ci servirebbero come il pane per capire cosa diamine fare in questa fase tre, tre e mezzo, forse-ritorniamo-alla-due, o-mio-dio-no-il-lockdown.

Passivi spettatori di una storia che ci è data sapere con puntualità. A me piacerebbe vederla diversamente, e, lo ammetto, questo articolo è più uno sfogo, una riflessione messa per iscritto, che un articolo che vuole delineare l’evoluzione di un fatto preciso. O, forse, il fatto è più intangibile di quello che pensiamo: parlo di questa attitudine messa alla berlina di “aspettare e vedere ciò che accade”. Piuttosto, e lo chiedo, si avrebbe bisogno di radunare i comitati di quartiere e, se non ci sono, inventarseli, metterli in moto, chiacchierare a tappeto con le persone, raccogliere opinioni, fatti, creare, perché no, un’area digitale di raccolta di opinioni, bestemmie, proposte.

Benvenuti i pochi eventi che ci hanno salvato dalla contemplazione del nulla di questa estate – forse una delle più periferiche, più piatte – e benvenuti i dibattiti sulla presenza di uno sparuto gruppo di poche persone extra-europee che, per un puro caso della storia, hanno battuto i piedi su questa millenaria cittadina. Almeno, hanno fatto alzare i toni, bollire il sangue, ovviamente sul nulla, sul totalmente nulla che sta accadendo, che nessuno vede, che nessuno vuole accettare.

Perché la colpa è evidente: è di tutti, nessuno si salva, tutti nelle proprie mura a mugugnare, a sospirare, a dire che il covid è d’importazione, come se quasi fosse un vino che uno si sceglie con cura. Ma il covid ha dimostrato una cosa più semplice: se c’è da avere impegno per portare avanti quelle due o tre cose messe in croce, spariscono le associazioni, spariscono le idee; la piazza è vuota.

Benvenuti quei due o tre campi estivi che hanno fatto il possibile per mettere insieme le energie delle persone, un festival azzoppato, qualche evento qua e là, gli ultimi musicisti e scrittori di Cori. La vulgata ha sempre erroneamente pensato al Medioevo (europeo) come un periodo negativo, come un periodo superstizioso e di cancellazione della grande civiltà greco-romana. Invece, una fascia sempre più ampia di storici e medievalisti vede il Medioevo (europeo) come un periodo di presa di nuove misure, di fermentazione, di nascita di nuovi diritti, di nuove tacite alleanze che schiudono un’epoca storica (europea) unica: il Rinascimento.

Ecco, finisco questo piccolo strale: forse sono nate nuove energie, forse ci siamo semplicemente ibernati, nonostante i +40°C. Intanto controllo il calendario e conto i giorni prima di non-so-ben-cosa.

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Marco De Cave