Racconti — 16 Novembre 2019

1947 – Flora seguiva il padre e i fratelli che, da Monte Pilorci, lavoravano a Bocca di Fiume, vicino Pontinia, dove avevano portato il gregge perché pascolasse. La susarola scendeva durante la settimana, portando cibo e legna, restava un paio di giorni e poi tornava da madre e sorelle nell’antico casale. Scendeva col somarello e il fedele cagnolino Lillo sulle coste. Era bella come una madonna, teneva i capelli ricci, abboccolati, sciolti sulle spalle, gli occhi chiari tradivano giovinezza, speranze e incanto verso la vita, un sorriso delicato tra le guance rosee.

Un giorno, mentre pascolava le bestie lungo la strada con Lillo, il padrone del podere, lontano dalle orecchie del genitore, le rivelò che Armando, suo nipote, figlio di sua sorella, passava e ripassava in bici sulla strada diverse volte al giorno perché era innamorato perso di lei. “S’è un bravo zovine e g’ha intenzioni serie. Elo lavora qui nel mio podere ma g’ha un bel palazzo a Veletri, g’ha solo una madre vedova, non g’ha altri fradei”. Nonostante le sorelle maggiori fossero già spose e madri, o forse proprio per quel motivo, nonostante avesse già diciotto anni, Flora non si sentiva pronta per fidanzarsi e fece spallucce a quella notizia.

Il giorno dopo, Armando, in bicicletta, la seguì mentre tornava a casa, dalla mamma, sulle coste del Capannaccio, col fedele somarello e Lillo al suo fianco. Era un ragazzo gradevole ma non alto, educato, gentile, appassionato e divertente, la fece sorridere e le ripetè il suo amore e le sue intenzioni. “Io non mi fidanzo ora, mi dispiace. Voglio del tempo per pensarci bene e per parlare con i miei genitori”. Armando accolse la risposta ma si presentò lo stesso alla madre e alle sorelle di Flora, promise di tornare presto con la madre.

Così fu. Tornò spesso col calessino, portando la mamma, ma la famiglia era contraria al matrimonio con quest’uomo perché apprezzavano Augusto, fratello di sua cognata Amalia che aveva sposato il fratello Pasquale. Augusto aveva palesato la volontà di sposare Flora alla famiglia. Due matrimoni che univano due famiglie in un doppio legame. Inoltre Augusto era un giovane bellissimo, lavoratore, forte, somigliava ad un attore famoso: Amedeo Nazzari. “Cara Flora, giù agli podere troui le robbe ma adecco ci stao le bellezze!” Le spiegarono: “Allocco cu Armando uai fatichenno, magari puro zappenno, inuece co’ Augusto ti ni stai a caseta, a Suso, e fai la signòra”.

Flora si convinse, affatata dal bellissimo giovane e si fidanzò. Intanto Armando tornò a Monte Pilorci per parlarle e farle cambiare idea ma lei non lo ricevette. “Flora sta a laura’ ai pannoni pe’ prepara’ i matrimonio, lassala perde” gli dissero.

Allora lui prese una lettera dalla tasca e la lasciò alla mamma, era un foglietto piegato in mezzo a un fazzolettino bianco tutto ricamato: “Ormai ho capito che ti sei fidanzata e che ti ho perduta. Ti faccio i migliori auguri, possa tu portare sempre un fazzoletto sempre bagnato di lacrime in tasca, così da ricordare l’amore che hai voluto allontanare via da te, il tuo Armando”.

Il giorno delle Palme Flora non andò a messa alla Chiesa Nuova, sentiva un presentimento nel cuore e non era voluta andare senza il fidanzato che era recato alla “Fèria”, al mercato delle bestie. Al ritorno le riferirono che Armando era andato con una macchina e tre compagni, pronto per rapirla con una fuitina e farla sua in un matrimonio riparatore. Pochi giorni dopo Flora si sposò, Augusto le regalò un bellissimo fazzoletto rosso che conteneva coralli pendenti per le orecchie e una bella collana, pure rossa. Pochi giorni dopo però cominciarono le lacrime. Lo sposo era bravo e buono ma si sentiva “derubato” a causa di un equivoco sulla dote che tardava ad arrivare e cominciò a essere sgarbato con la sposina. Non le faceva mai fare lavori pesanti, qualche volta la portava con se’ nei campi, col carretto, per compagnia, non per farla lavorare, ma l’incomprensione familiare che si era creata faceva piangere Flora, che in ogni modo, sia per il marito, sia per la sua famiglia d’origine, doveva soffrire. Così la sposa visse un periodo di lacrime e dolore. Aveva sempre il pianto in tasca, talvolta Augusto, scocciato dal suo umore triste diventava nervoso e la picchiava, con schiaffi e mortificazioni. Il bambino che portava in grembo morì lasciandola molto addolorata.

Armando qualche tempo dopo andò dalla mamma di Flora: “Mi dispiace, ho sbagliato a gettare quella maledizione. So che Flora sta soffrendo e soffro anch’io per questo. Prendi la lettera e il fazzolettino”. Insieme dissero delle preghiere e bruciarono la “nghiastema”. Il matrimonio di Flora fu felice: si chiarirono i rapporti tra le famiglie e si rinsaldarono le parentezze, tutto si sistemò, gli sposi ebbero quattro bei figli, si portarono amore ma a Flora continuò ad arrivare pure qualche ceffone non meritato, per nervosismo, per negligenza o per stupide gelosie, come capitava spesso alle donne a quei tempi e come continua a succedere anche oggi. Armando sparì e nessuno lo vide più. Molti anni fa Flora, a una festa, sentì parlare di lui, era morto, era vissuto lavorando dal cugino padrone del podere e non si era mai sposato, nonostante gli avessero proposto belle e buone ragazze.

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Lucia Fusco