Racconti — 26 agosto 2018
Gentili inviti

Isola del Liri – Anni Settanta -Dritta in piedi vicino alla porta d’ingresso, le braccia incrociate sulla borsetta, il broncio come una bambina con gli occhi cattivi: “Iàmucenne, Paulù!”

Paolo era stupito. Il comportamento di Lidia si era fatto strano. Di solito amichevole e sorridente, improvvisamente era diventata una donna diversa. Seduto a tavola, a destra di comare Angelina, alla quale non finiva di lodare le pietanze che ricominciava con le bellezze della casa, del paese, del panorama delle acque di cui godevano dalle finestre spalancate; di fronte al compare Cicco che, a disagio, osservava la comare susarola, infuscata e nervosa.

Le cascate di Isola del Liri spumeggiavano lo sguardo e l’udito, tra il verde brillante dell’agosto che volgeva in settembre, fresca l’aria entrava nella saletta da pranzo, le pietanze profumavano il convito. Il comportamento di Lidia era strano.

Poco tempo prima Paoluccio aveva incontrato il compare Cicco al mercato del sabato, a Sezze, in piazza delle Erbe, al camioncino del pesce. Da molti anni i compari Cicco e Angelina si erano trasferiti nella cittadina ciociara seguendo l’unico figlio e la nuora. Tornavano raramente a Sezze e avevano quasi perduto parentezze e amicizie. Si erano riconosciuti al primo sguardo, abbracciati contenti, e Cicco aveva invitato i compari susaroli a passare insieme un giorno insieme tra ricordi, gioventù e buon cibo. Approfittando di un passaggio della figlia più giovane, Silvia, che si recava da quelle parti per una commissione, Paoluccio e Lidia erano arrivati di mattina a Isola del Liri, nell’appartamentino piccolo ma grazioso dei compari. Lidia aveva portato una sporta piena di ben di Dio: una pagnotta di Sezze, un muglitto, crostatine di mandorla e di visciola, ciambelle di vino, pomodori, basilico e insalatina dell’orto, uova, fiori del suo giardino e diverse bottiglie di vino fragolino, produzione e passione di Paoluccio.

La comare Angelina aveva ordinato tutta la casa, apparecchiato col servizio buono, i bicchieri che le aveva comprato la mamma, aveva onorato la tavola con la tovaglia bianca con l’intaglio che aveva ricamato lei stessa da ragazza. Le due comari si erano parlate per due ore dei figli, dei nipoti, della vecchiaia che arrivava, dei ricordi condivisi. Paoluccio e Cicco invece fecero un lungo giro per Isola del Liri, salutando amici e parenti, accettando bicchieri di vino bianco e bicchierini di sambuca e vermouth.

All’una si misero a tavola, contenti. Le pietanze erano tutte buone. Paoluccio attaccò coi complimenti alla comare: tutto era stato preparato con le mani belle sante e benedette, tutto era perfetto, buono e profumato. I complimenti passarono alla pettinatura, al grembiulino, al personale della comare che si manteneva giovane e curato. Lidia mangiava in silenzio e cominciò a sorridere con un solo angolo della bocca. Paoluccio non se ne accorgeva perché non c’era gelosia in loro: i complimenti erano normali e li faceva a tutti, senza malizia. La comare Angelina apprezzava le gentilezze del compare susarolo e rideva contenta, portando nuovi cibi in tavola. Cicco intanto si occupava della comare Lidia, le riempiva il bicchiere col vinello fresco, sceglieva per lei i bocconcini migliori e glieli serviva nel piatto, ancora e ancora, sempre con un sorriso garbato.

Alla frutta Paoluccio recitò le poesie e poi cominciò con le barzellette, suo cavallo di battaglia. I compari squaqueravano a bocca aperta e Cicco accompagnava le risate dando grosse pacche sul tavolo e sulle gambe, piegando la testa avanti e indietro. Paoluccio era proprio compiaciuto. Inaspettatamente Lidia si alzò in piedi, prese la borsetta e la sporta ormai vuotata dei doni e si mise dritta sulla porta di casa: “Iàmucenne, Paulù”.

I tre, seduti alla tavola la osservarono stupiti e Paoluccio si rivolse ad Angelina: “Scusa, comà. Lidia è sempre bona, non fa mai così. Macari si sente male. Cetto Lidia, assedete adecco ca la commare ci fa tolle i caffe’ e ti passa la scarazzìa”.

“Ti so’ ditto iàmucenne”. Non ci fu niente da fare. Lidia baciò in fretta Angelina e si buttò per le scale come un vento freddo inaspettato. Paolo salutò i compari scusandosi e ringraziandoli, spiegando che la moglie si sentiva senz’altro poco bene e di essere preoccupato per lei.

La raggiunse al baretto proprio sotto casa dei compari, presero il caffè in cagnesco, in silenzio. Lui avrebbe voluto delle spiegazioni che Lidia non volle dare. Solo gli occhi mandavano saette. Un’ora dopo arrivò Silvia che li riportò a casa. Paolo non raccontò dell’ingloriosa fine del pranzo, raccontò le bellezze di Isola del Liri e della gentilezza dei compari.

La sera, a letto, i due anziani sposi fecero la pace; come tutte le sere, avevano l’abitudine di non addormentarsi mai arrabbiati l’uno con l’altra, si baciarono e si abbracciarono come due giovani affaticati e stanchi, si rilassarono e si compiacquero della loro vicinanza, poi lui finalmente potè chiederle: “Lì, che t’ha suceso uoi? Perché sì stata strana e si’ scappata in quiglio modo? Mica è beglio come si’ fatto…”

“Tu n’ ti sì accòrto de niente e a me, me se venute le fresche! Mentre tu facivi i gintile e i galante co’ la cummare Angelina, te pozzeno spaccà, Cicco, sotto aglio tauolo, me attantava addosso, alle cosse, alla panza, a tutte le uie. Non me poteuo saluà…”

“Ohi Lidia! Cetto! Ma che me stai a dice!?”

“Ti stongo a dice: arapri gl’òcchi e scerni ‘ntorno, ca se no, t’arobbeno la moglie e tu manco te ne accurgi!”

(Visited 20 times, 1 visits today)

Articoli correlati

Condividi

Autore dell'articolo

Lucia Fusco