Racconti — 11 ottobre 2017
Grigli e Cellettigli

Manicomio Militare di Aversa – 1955 –  

Il tenente medico all’uomo in camicia di forza: <<Vincenzo, in guerra quante persone hai ucciso?>>

<<Io? Mai! Nessuno! Mai!>>

<<Vuoi dire che non hai mai sparato al nemico?>>

<<E mica so’ cellettigli!>>

Il medico osservò con pietà la mestizia dell’uomo in attesa di una sua decisione. Una scelta difficile da prendere, se permettere a Vincenzo il trasferimento al manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma, in modo che potesse essere seguito dai parenti di Sezze e dalla sorella Costanza che abitava a Roma, o se trattenerlo ad Aversa.

Vincenzo indossava la camicia di forza, di notte dormiva sotto chiave; diversi “elettroshock” senza anestesia gli avevano scosso l’anima. La medicina non poteva fare molto per quel giovane vecchio soldato, veniva “custodito” nell’ospedale-prigione e somministrati farmaci che lo quietavano. Quando il pensiero diveniva disagio, dolore, rabbia, veniva “aiutato” con un bel lavaggio elettrico del cervello. Così il rumore del mare che si frangeva sulla riva della sua mente s’acquietava e tutti stavano tranquilli.

La sorella Costanza ora lo reclamava per se’. Voleva liberarlo dalle cure che lo rendevano calmo ma “stupido”. Dopo un periodo a Santa Maria della Pietà, dove avrebbe potuto vederlo tutti i giorni, se lo sarebbe portato a casa, dove insieme al marito Orlando lo avrebbe accudito come il più piccolo dei suoi ragazzi. Avrebbe alleviato con fermo amore gli atti di autolesionismo, il pianto, la rabbia.

Pur rendendosi conto delle enormi difficoltà, il medico si trovò d’accordo con Costanza. Firmò quindi la “libertà” per il povero eroe pazzo e ne ordinò il trasferimento a Roma.

Vincenzo aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale come aviere scelto all’aeroporto militare di Sciacca dove controllava e coordinava il funzionamento degli aerei da combattimento. Era nato nel 1920 a Suso, in via Bertonia, una vita silvana tra boschi e orto casalingo, affetti familiari, fidanzata, amici dell’osteria di via Melogrosso. Amava la Patria, la sua divisa militare ma la caserma non gli piaceva; non accettava gli ordini arroganti dati in modo inurbano, senza gentilezza e rispondeva a tono, a pari e a superiori. Era un bravo soldato, responsabile, capace, lavoratore, ma la sua ribellione gli aveva dato la fama di essere “pericoloso”. Era punito con i turni di notte. Le ore di attesa tra una mansione e l’altra erano piene di silenzi assordanti, rotte dal disturbante frinire dei grilli e dai dolorosi ululati dei cani randagi. I compagni riposavano nei momenti morti ma lui non riusciva. Le ore non passavano, era preoccupato per i cari a casa. Vite spezzate da “pazzi che comandano”, diceva.

Una notte un aereo, tornando da una missione in Africa, atterrò malamente nell’aeroporto, sbandò e finì contro l’officina, il buio si accese di scintille e di fiamme, il silenzio si riempì di fragori, la paura si palesò nell’aria. Lo schianto demoli’ l’edificio, ferì e uccise diversi operai. Un commilitone fu decapitato. Quando tutto cessò rimasero fuoco e morte. Vincenzo, illeso, portò immediato aiuto ai compagni. Il cuore in gola ed in bocca la mamma…

Integro nel corpo si ammalò nell’anima; si chiuse in un mondo di pensieri negativi, ellittici, ritornanti che lo lasciavano agitato e impaurito. Una mattina, dopo l’ennesimo atto di ribellione, fu trascinato davanti al plotone di esecuzione con le mani legate dietro la schiena. Gli salvò la vita un vecchio medico che capì di trovarsi davanti non un disertore bensì una persona gravemente malata. Mentre era di guardia di notte aveva sparato nel buio, a terra, allarmando i soldati di vedetta. Era diventato insofferente ai rumori del silenzio della notte. Alle richieste di spiegazione: <<So sparato a tera pe’ fa’ riparà i grigli!>>.

Così, “graziato”, passò lunghi anni nel manicomio militare dove divenne sempre più pazzo. Finalmente a Roma, nel manicomio tra i pini e gli arbusti di monte Mario, la sorella pote’ portargli le mele cotte imboccandolo come un uccellino, pettinarlo e pregarlo di fare “il buono”, così sarebbe potuto tornare “libero”. Qualche anno dopo i medici la nominarono tutrice e concessero “la libertà”. Niente più camicia di forza, niente più docce gelate. Non fu una vita semplice. Vincenzo era uomo ma era tornato bambino nei bisogni, nei comportamenti, nelle difficoltà. Fu per lui sorella e madre. Rinunciarono ai farmaci: lo portava a fare passeggiate, guardava la tv con lui, gli cucinava i piatti preferiti, lo portava in vacanza a Suso, rinunciò a feste, cinema, compagnie pur di stare con lui. Come un bambino non era autonomo, affidabile, faceva i capricci. Carezze e baci, strilli e rimproveri. Divennero una cosa sola, legati da un affetto più che familiare, divino. Vissero una vita di dedizione una all’altro, lo difese come una cagna difende i figli. Lui si fece amare e amò con un sentimento fortissimo, un legame semplice ma indissolubile, indimenticabile, grandi e piccini. Vissero a lungo, divennero molto anziani. Prima morì Orlando, suo cognato, poi volò via lui un mattino d’agosto. All’improvviso Costanza li rincontrò in Cielo, erano entrambi giovani e bellissimi: splendevano di un’aura lucente. Orlando era appoggiato alla bicicletta, Vincenzo gli stava accanto e indossava la divisa di Aviere Scelto. Emozionati si baciarono prima sulle guance, poi le presero le mani e ne sfiorarono le palme che li avevano accuditi, curati, accarezzati. Vincenzo spiegò: <<Costanzì, benvenuta in Paradiso co nu! Adecco gli grigli stao al sicuro!>>.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco