Miti e Leggende — 25 Febbraio 2019
Heimdall, eterna e lucente sentinella

Figura divina di ardua classificazione, fonte di numerose e contrastanti interpretazioni, Heimdalir occupa un posto di rilievo nel pantheon nordico, svolgendo, nei miti, il ruolo di guardiano di Bifrost, la «tremula via» che conduce alla cittadella divina. Ai limiti estremi del cielo, laddove l’occhio umano non riesce più a distinguere i confini delle cose, irretito dai bagliori di una luce bianchissima, si stagliava Himinbjorg, «monte del cielo», la dimora di Heimdafir, il «dio bianco», come lo chiamarono i poeti nordici. Immerso nella purezza di quell’atmosfera incontaminata, lontano dai clamori e dalle beghe umane, il dio sedeva beato, bevendo enormi coppe di idromele e carezzando Gulltoppr, il suo fantastico destriero dalla criniera fatta di sfavillanti boccoli d’oro. L’aureo metallo era profuso in abbondanza anche nella bocca del dio, donandogli un sorriso abbagliante e l’appellativo di Gullintanni, «denti d’oro», con cui era conosciuto in tutta Asgardh. Dal suo palazzo celeste HeimdaUr sorvegliava il «sentiero tremolante», il ponte Bifrost, l’arco multicolore teso tra il cielo e la terra che i comuni mortali scorgono solo dopo le tempeste e che era l’unica via d’accesso ai territori divini. Sentinella instancabile, Heimdalir vigila con solerzia impareggiabile, giorno e notte, dormendo pochissimo, simile ad un uccello pronto a destarsi al minimo rumore sospetto. E, come ausilio indispensabile per l’importante compito affidatogli, il «dio bianco» aveva un udito sensibilissimo: poteva sentire l’erba crescere nei prati o la lana che ingrossava quotidianamente il vello delle pecore. A tal proposito, si narrava che egli avesse ricevuto questo portentoso udito rinunciando ad una delle sue orecchie, recidendola e seppellendola sotto il sacro frassino che attraversa l’universo. Simile ad Odino che, per avere una vista più profonda, che gli consentisse cioè di vedere l’essenza delle cose, divenne orbo, Heimdallr aveva perciò un solo orecchio, indice di una rinuncia alla normalità, indispensabile sacrificio per acquisire un senso soprannaturale. Nelle mani di Heimdaìlr si trovava Giallarhorn, «corno risuonante», strumento di straordinaria potenza, il cui suono, grazie anche ai capaci polmoni del dio, raggiungeva i più sperduti angoli del mondo, annunziando la profanazione di Bifrost e chiamando a raccolta gli dèi. Ma, unendo l’utile al dilettevole, il corno era anche un magnifico calice da cui il dio sorseggiava la fresca mistura divina, il nobile idromele. In uno dei suoi canti magici, messaggi cifrati consegnati all’umanità incredula, Heimdallr diceva: «lo sono nato da nove madri, io sono nato da nove sorelle». Tramandati di generazione in generazione, si conoscono anche i nomi delle madri-sorelle, «tutte figlie di giganti», come è detto nello stesso carme. Tentando di svelare i segreti celati nell’enigmatico distico, alcuni commentatori pensano che Heimdallr, oltre a salvaguardare Bifrost, fosse il nume tutelare del frassino del mondo, il pilastro vegetale che attraversava i nove mondi dell’universo nordico. E, richiamandosi ad antiche tradizioni, pensano che le madri-sorelle simboleggino i nove settori in cui era frammentato il cosmo: il «dio bianco», quindi, sarebbe stato il custode dell’ordine cosmico e divino allo stesso tempo, vigilando sulla solidità dei suoi assi principali, tenendo lontani i foschi rappresentanti delle forze del male. Forse proprio per prepararlo a questo duplice compito le sue madri lo sottoposero, appena nato, a particolari cerimonie. Erano dei rituali iniziatici carichi di simbolismi intricati ed oscuri, fornendogli così una corazza fatta di incantesimi, fragile a prima vista, ma efficacissima contro qualsiasi malia diretta contro di lui. Il pargolo divino fu cosparso di terra, di gelide gocce provenienti dai mari ghiacciati dell’estremo nord e, per infondergli coraggio e forza, di sangue di porco selvatico consacrato: fu questo, in sintesi, il singolare «battesimo» di HeimdOr. Le doti del dio si manifestarono in tutta la loro grandezza alla fine dei tempi, quando il suo corno risuonò, grave e penetrante, in tutto il cosmo, chiamando allo scontro finale le forze del bene contro quelle del male. In quella occasione egli dovette assistere al crollo di Bifrost, squarciato dalle orde furiose dei distruttori dell’universo, ma, impavidamente, continuò a soffiare nel corno, fornendo la colonna sonora di quell’ultimo spettacolo di morte.

(Visited 9 times, 1 visits today)

Articoli correlati

Condividi

Autore dell'articolo

Cristina Villanova
Cristina Villanova