Scienza&Tecnologia — 17 Dicembre 2020
I supporti per archiviare i dati – Prima Parte

L’argomento della nostra rubrica per i prossimi mesi saranno i dispositivi di archiviazione di massa, in particolar modo ripercorreremo la storia fino ai giorni nostri. Agli albori dell’informatica, il salvataggio e la conservazione dei dati era affidato ad un complesso sistema di schede perforate. Dopo aver immaginato, progettato e scritto il programma su un foglio, si procedeva andando a “tradurre” il programma su delle schede da perforare, ognuna delle quali corrispondeva ad una sola riga di programma. Ogni carattere aveva una sua codifica binaria.Le schede furono brevettate da Herman Hollerith nel 1887 e furono impiegate per la prima volta nel 1890 per il censimento dei cittadini degli Stati Uniti.
L’operazione di lettura in input delle schede era ottenuta tramite un dispositivo di sensori fotoelettrici (lettore di schede). La scheda veniva irraggiata dalla luce e il lettore rilevava la luce attraverso i fori sulla scheda per ricostruire l’informazione Sia le operazioni di scrittura che quelle di lettura potevano essere effettuate in modo sequenziale o, nei dispositivi predisposti, in modo parallelo ossia con più schede contemporaneamente. Le schede perforate furono utilizzate come supporto di registrazione dei dati fino agli anni ’60-’70. Nel giro di qualche anno il nastro cartaceo si trasformò in nastro magnetico. Si trattava di un lungo nastro di materiale plastico ricoperto di un ossido magnetico e capace di archiviare una grossa quantità di dati su una singola bobina. Ogni singolo nastro era in grado di contenere sino a 225 kilobyte, l’equivalente di 1920 schede perforate. A metà degli anni ‘50 fece la sua comparsa il primo disco rigido della storia. Era composto, esattamente come gli attuali, da dischi ricoperti da materiale magnetico, fatti girare a gran velocità (1200 giri al minuto). A differenza del nastro, i dati potevano essere letti e scritti in qualsiasi ordine e non necessariamente in ordine sequenziale. Ideato dalla IBM, conteneva sino a 5 megabyte di dati, equivalente a circa 23 nastri magnetici.Questi 5 MB erano posizionati su 50 piastre da 24 pollici di diametro che potevano essere magnetizzate su entrambi i lati. E questo richiedeva molto spazio: il dispositivo di archiviazione, che pesava circa una tonnellata, era alto circa 1,70 metri, lungo 1,50 e profondo 75 centimetri. Considerando tali dimensioni, per inserire i dischi era necessario utilizzare carrelli elevatori.Nel corso degli anni successivi la IBM produsse diversi sistemi di archiviazione come l’IBM 1301 seguito dall’IBM 3340, nome in codice “Winchester”, fino ad arrivare nel 1980ad aumentare la capacità di memorizzazione dei suoi sistemi fino a 2,52 GB.

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Autore dell'articolo

Giorgio Agostini
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