Racconti — 07 aprile 2017
Il bambino della Longara

1935 – Si sedette su un sasso e offrì la sisa a Cesare che cominciò a poppare; Costanzina gli accarezzò la testina e sorrise; era bellissimo, moro, sano, un torello. Lei aveva solo ventun anni ma si era incanutita dalla sera al mattino quando, a poche ore dal parto, all’Ospedale di Sezze, le avevano comunicato che la sua neonata, Maria, era morta. Una parte di lei era finita con la sua morticina. Il dolore, per giorni, l’aveva schiacciata a terra come un fiore calpestato e il marito, spaventato, si era recato al brefotrofio e le aveva portato un piccino: Cesare, orfano, la mamma morta di parto. Costanzina e Orlando adoravano quella creatura. Erano passati circa otto mesi. Avrebbero dovuto restituirlo, una volta svezzato, ma speravano che l’avrebbero lasciato loro, benchè poveri, perchè lo amavano. Sulla stradina sterrata che scendeva da Bassiano, lungo la via del Crocefisso verso il Santuario della Madonna della Palma, i due sposi si sedettero per allattarlo. Intorno la valle incastonata tra le montagne, un silenzio fatto di fremiti e sussurri del vento. La natura dormiva ancora il sonno dell’inverno e l’aria era fredda nonostante il debole sole volesse annunciare l’imminente primavera; Orlando accostò la copertina sulle mammelle bianche e coprì la testolina del bimbo con una lieve carezza.

In quel momento passarono, forse pregando, verso lo stesso Crocefisso, Imbriani e Ines, una coppia di sposi già maturi. Si conoscevano e si salutarono, attratti dai vagiti del bimbo. Erano benestanti, signori, se non ricchi, istruiti. Un’eccezione tra la moltitudine di analfabeti. Lui era un giornalista, andavano alla Madonna per chiedere la Grazia di avere un figlio; sposati da anni non riuscivano ad avere un erede. Meditavano sul senso della vita senza una creatura, sulla vecchiaia che sarebbe arrivata portando via i loro sogni. Avevano tutto tranne quello che Costanza stringeva tra le braccia. Dedicavano la loro vita al lavoro, a dirigere gli operai che mantenevano la loro proprietà alla Longara. Si avvicinarono, Ines accarezzò il bambino; sapevando che non era il loro figlio naturale. Credettero quindi di aver ricevuto il miracolo già sulla strada, prima di arrivare, un segno di Dio. Ascoltarono la storia del piccino e pensarono che quella era la risposta che andavano cercando. Continuarono la visita al santuario insieme. Il padre di Costanzina era uno dei dipendenti del giornalista e viveva come mezzadro nel casolare attiguo alla villa perciò fu facile incontrare di nuovo e spesso i due giovani sposi.

Costanza e Orlando infatti andavano spesso a trovare Gaetano e Secondina nel casolare alla Longara. Ines e Imbriani presero l’abitudine di essere presenti a queste visite. Abbracciavano il bambino, giocavano con lui. Ben presto Ines svelò alla coppia il suo desiderio. Avrebbero voluto adottare Cesare. Non solo era un bel bambino ma gli era stato mandato dal Cielo. La giovane coppia, però, non voleva lasciare il piccolo. Intanto Costanza scoprì di essere di nuovo incinta. Quel nuovo bambino arrivando sconvolgeva le vite di tutti.

Ines accarezzava e blandiva la giovane Costanza: «Se mi lasci Cesare come figlio io lo farò signore! Potrai vederlo ogni volta che lo desideri. Tuo figlio giocherà col mio!»

Costanza e Orlando pensarono alla differenza tra il nulla che potevano offrire al piccolo e alla grande ricchezza promessa dai garbati coniugi della Longara. Tutti i parenti, suoceri, cognati, nipoti li consigliarono di affidare il bambino alla coppia e di non lasciar scappare la Fortuna che gli si presentava: sarebbe diventato signore. «Voi siete giovani, avrete altri figli… cosa vi dirà Cesare da grande quando saprà che gli avete negato quest’opportunità?»

Così, giorno dopo giorno, l’amore che li legava al bimbo li convinse ad esaudire il desiderio di Ines ed Imbriani. Da subito fu chiaro a Costanza che non avrebbe più potuto abbracciare il piccino. Per lunghi mesi si avvicinò di nascosto, coprendosi il volto, in modo da non essere vista dal piccolo che, se l’avesse scorta, avrebbe fatto i capricci per andare nelle sue braccia. Poi il tempo, il nuovo bambino, Antonio, che intanto era nato, le difficoltà della vita quotidiana e soprattutto vedere il benessere da cui era circondato Cesare, convinsero Costanza ad allontanarsi, a poco a poco. Anche Gaetano, per riservatezza, decise di fare ritorno al suo casaletto a via Bertonia per lavorare il suo orto, la sua vigna. Ognuno seguì la sua strada.

Scoppiò la guerra, passarono anni terribili. Intanto era nato anche Bruno. In casa si parlava sempre di Cesare. Lo rividero un giorno da lontano. Si erano avvicinati alla Longara sperando in un incontro. La guerra era finita da qualche anno. Videro un giovinetto che si arrampicava su un ciliegio. Agile, alto, un bel giovane. Fu una visione breve perché come sempre furono invitati gentilmente a desistere dal farsi riconoscere per non creare traumi e dispiaceri al ragazzo.

Finalmente Cesare cercò Costanza e Orlando per invitarli al suo matrimonio, nel 1957. Da quel momento rifiorì l’amore mai spento. Il tempo è passato e le vite degli anziani si sono risolte da tempo ma il latte non si dimentica. Il legame tra Cesare, Antonio, quel bambino che arrivò e scombinò tutti, e Bruno, è vivo e forte perchè sono fratelli cresciuti con lo stesso latte, gli stessi baci, lo stesso amore. Quando s’incontrano s’abbracciano con l’affetto che ogni volta si rinnova, cancella il tempo e le differenze, perdona le mancanze. Sempre ricordano il sapore dei baci e del latte che hanno condiviso. Talvolta pensano alla vita vissuta, alle infinite possibilità e scelte che l’esistenza impone, nei suoi giri pazzi e concentrici: «Come sarebbe andata se…» .

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco