Racconti — 09 settembre 2015
Il bambolotto di Pierina

Sezze, Fiera di San Luca. 18 ottobre 1947

Nudo, seduto, poco più grande di una mano, le braccine rosee rivolte a chiamare baci di bimba, Pierina restò senza fiato, con gli occhi spalancati, ammirati davanti al bambolotto di gomma, in esposizione sulla bancarella dei giocattoli. Splendeva come una gemma speciale al centro di un universo per lei banale…

<<Ma’, che ci sta scritto ‘n cima a quiglio cartello?>> <<Pierì, ci sta scritto ca costa 300 lire! ‘N te fa veni’ ‘n capo idee strane, ca si grossa, ormai vai alla scola! I quatrini so’ pochi, ‘n ci penza’ ca ‘n ci sta niente da fa’>>; il mercato era pieno di oggetti, di colori, di profumi, suoni e voci che attraevano grandi e piccini. L’uomo colla pianola suonava con una manovella il carillon, chiedendo qualche centesimo, un altro vendeva la fortuna con l’aiuto di un pappagallino. I maschiacci sciamavano per il mercato, sperando di ricevere qualche leccornia.

Lidia, la giovane madre, insieme a sua sorella Ines, non ancora maritata, trascinò per il polso la bimbetta e continuarono il giro per la fiera. Comprarono dei giacchetti di lana pesante e una coperta per l’inverno. La famiglia avrebbe avuto bisogno di tutto ma la guerra era finita appena ieri, i guadagni magri rappresentavano il prezzo di enormi sacrifici. <<Ma’ tengo fame>> Tutte le mattine Lidia cuoceva sulle braci del fuoco della sera precedente un ovetto. Poi “sporcava” alcune fette di pane e le offriva ai bambini, al marito, a se’ stessa, all’anziana suocera Filomena. Questo li nutriva fino all’ora del pranzo. <<Zitta fì, semo fatto colazione. A mesodì radducemo a casa e mamma caccosa te dà>>.

Il ferragosto di quell’estate tutta la contrada era stata sconvolta da una grande disgrazia. La commarella Maria, coetanea di Pierina e loro vicina di casa, era stata colpita da una febbre terribile che in poche ore l’aveva uccisa. Il pensiero di Pierina andava spesso all’amichetta: <<Ma’, perché Maria s’ha morta? Il primo ottobre dovevamo andà alla scola ‘nzeme…>> <<Zitta fì, l’ha voluta Gesù>> <<Cetto ma’, io ce volevo giocà…>>

Al pranzo di “consolo” Lidia, comare di battesimo della piccola morta, aveva preparato una minestra di fave e tutto il vicinato era stato invitato a consumarlo in casa dei genitori affranti. Pierina, curiosa e affamata s’era avvicinata per prima al tavolo, con la sedia, pronta a mangiare. Con lo sguardo la mamma l’aveva rimproverata, perché non stava bene dimostrare tanta attenzione per il cibo quando si piangeva una piccola morta… Pierina s’era sentita offesa e mortificata e aveva cominciato a piangere lacrime di umiliazione. Grossi lucciconi le rigavano le guance e silenziosi singhiozzi la scuotevano. Non aveva più voluto avvicinarsi al tavolo per mangiare finchè la mamma della piccola morta, commossa, l’aveva presa in braccio, confortata e acquietata.

Ora, mentre scendevano col cavallo di San Francesco, (a pechi…) dalla Via Variante, verso la Via Rocchigiana di ritorno a casa, a Suso, Pierina piangeva sommessamente, il cuore spezzato per il distacco dall’anelato bambolotto, che avrebbe portato per sempre con se’ nel cuore. Lacrime copiose scendevano sul visetto magro che s’era fatto grigio di dolore. La zia Ines, affettuosa avvocata, tentò: <<Lidia, compricillo i bambolotto alla mammoccia. Se te se more? ‘N ci penzi a Maria? Potrebbe succede pure a nune la stessa cosa…>> <<Ohio, Inesotta! Chella madre te’ la spada agli core. Se potesse se l’andrebbe a ritolle a cimitero:.. Tie’ i bocchi: va tu e accatta i bambolotto. Io e Pierina ci sedemo qui a tera e t’aspettamo perché ‘n ci la faccio più a camminà… E’ vero fì?>> Pierina aveva smesso di piangere.

Ai margini della strada, sotto l’ombra di una quercia, la madre si sedette per terra, abbracciò la bimba e la tenne stretta a lungo, carezzandole le treccine nere, pulendole il visetto con lo zinale. Si parlarono con gli occhi, quelli dolci e tristi della mamma che voleva vederla felice, e quelli della bambina che le rispose con uno sguardo pieno di gratitudine e di gioia. <<Mà, grazie… tu sì bona… ‘n ti prioccupà, quando radducemo t’aiuto i a fa’ le cose…>> Ines tornò in un attimo. Era passata appena un’ora. La sua presenza fu preceduta dal suono dei passi sulla strada brecciata. Le trovò sedute, abbracciate, le sporte piene vicino a loro. Consegnò il bambolotto a Pierina, in estasi. Tornarono a casa che era ormai pomeriggio. Le bestie nella stalla avevano aspettato pazienti il ritorno di Lidia…

Il bambolotto fu il figlio a cui furono dati innumerevoli nomi da varie generazioni di bambini susaroli. Accudito, lavato, sgridato e cullato da tante diverse manine. Pierina ricevette in regalo anche una scatola di scarpe che divenne la culla del bambolotto. Lei e le sue cuginette la riempivano di fiori, di foglie, e lo trasportavano dovunque. Tutte le bambine a turno ne avevano cura mentre giocavano a campana, a lippa, a pitto, a sassetti, a zompacavallo, a corda… Anche i bambini più grandi erano attratti dalla bambola di gomma perché fino a quel momento avevano conosciuto solo “le pupe” fatte con la stoppia, con gli stracci, con le zucche, con la fantasia…

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco