Speciali — 23 Agosto 2012
Il culto della dea Diana e le Idi di Agosto

Nel passato questo era il mese in cui veniva celebrata “la dea della caccia” romana ma di origine latina

 Il principale luogo di culto a lei dedicato si trovava a Nemi, dove veniva venerata la Diana Aricina, presso quello che i popoli latini consideravano il proprio santuario dopo la distruzione di Albalonga

Nell’antico culto latino, alle Idi di Agosto, il 13 del mese, veniva celebrata la dea Diana. Nota oggi come “dea della caccia”, Diana assume un ruolo piuttosto marginale nel culto romano, essendo una divinità straniera venerata dai Latini sconfitti. Il principale luogo di culto a lei dedicato si trovava a Nemi, dove veniva venerata la Diana Aricina, presso quello che i popoli latini consideravano il proprio santuario federale dopo la distruzione di Albalonga. Gli aspetti naturalistici propri di questo luogo si collegano ai molteplici aspetti della divinità. Il santuario, i cui resti risalgono all’ epoca imperiale, fu fondato alla fine del VI secolo a.C.. Sorgeva lontano dal centro urbano, in un bosco, “nemus”, che la sera del 13 agosto veniva illuminato dalle fiaccole portate dai fedeli in processione. Un richiamo all’aspetto luminoso della dea, detta anche Lucifera (“che porta la luce”), il cui stesso nome deriva dalla radice -diu, “giorno”, “luminosità”. Anche nell’Eneide, poema dedicato ad Enea, padre dei Latini, Diana è detta “Trivia”, “la vergine dai tre volti diversi”: è la dea della luce notturna, identificata con la luna, la dea della natura selvaggia e anche la dea dell’oltretomba. Figura di questo triplice aspetto della dea è lo stesso lago di Nemi, detto “specchio di Diana”, dove la luna si riflette, immerso nella natura boschiva, ed anche porta infernale, collegato alle viscere della terra per la sua origine vulcanica. L’alterità di Diana non è solo geografica, ma anche sociale. Essa infatti è la dea degli emarginati, gli schiavi e le donne che invocavano la sua protezione in occasione del parto. Un tempio di Diana fu innalzato anche a Roma, sull’Aventino, fuori dal pomerio, fondato secondo la leggenda dal re Servio Tullio, per sostituire quello di Nemi dopo la supremazia romana. Anche a Norba esistono tracce di un santuario dedicato a Diana, richiamo alle sue origini latine e anche al suo status di colonia romana. I suoi resti, messi in luce e documentati nel 1901 nel corso dei primi scavi norbani e successivamente nel 1979, sono oggi poco riconoscibili a causa della folta vegetazione, del disfacimento delle strutture e delle trincee eseguite negli anni ‘30 e ’50 per l’istallazione di serbatoi di pompaggio di due acquedotti. Il santuario sorge sull’acropoli maggiore, a N dell’abitato, in un punto isolato dal centro urbano. L’area comprende un tempio, datato alla fine del II sec a.C., di cui resta il basamento in opus cementicium (muratura in pietre e malta) con rivestimento in opus incertum (tasselli di calcare) non più conservato, circondato da un portico a pilastri non più visibile ed una “piazza quadrata”. Il riferimento al culto di Diana è indicato da un’iscrizione con dedica alla dea, incisa sul bordo di un bacino votivo, recipiente usato nei rituali sacri. Numerosi i doni votivi rinvenuti, soprattutto anatomici, alcuni dei quali riferiti alla sfera femminile, elemento che conferma la venerazione di Diana come guaritrice e protettrice della donna. Tali materiali, sia in terracotta che in lamina, risalgono ad un periodo compreso tra il IV e il II sec. a.C., indicando la preesistenza di strutture sacre più antiche. L’aspetto e la specifica funzione degli edifici del complesso, studiati e rilevati negli ultimi decenni dall’equipe della Prof Quilici Gigli, non sono stati del tutto delineati per il cattivo stato di conservazione, ma si ipotizza che l’area quadrangolare nei pressi del tempio costituisse una piazza consacrata con altare centrale, cinta da muri su tre lati che racchiudevano un boschetto sacro. Immagini e copie di alcuni dei materiali rinvenuti sono conservati presso il museo archeologico di Norma.

(foto: (C) Mario Letizia)

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Autore dell'articolo

Beatrice Cappelletti
Beatrice Cappelletti