Racconti — 24 luglio 2017
Il pane dei nonni

Ferrara – 1933 – Ersilia chiamò la figlia Maria a gran voce già fuori dalla casuccia ma le risposero soltanto le vocine delle nipotine. Sedevano per terra, al centro della stanza e fissavano la trave. In alto, legato a uno spago, un cesto contenente un filone di pane fresco che riempiva di fragranza l’ambiente. La stanza era grande, quasi vuota ma pulita, in ordine. Le bimbe inghiottivano la saliva. Erano molto carine, gli occhi chiari, Ginetta, biondina, la seconda, Luisa, moretta.

Ersilia aveva sconsigliato il matrimonio a Maria con “quel” Guido, spiegandole che avrebbe sofferto. Non che loro fossero ricchi, vivevano di poco ma in casa non mancava niente. Invece Guido, pur lavorando tutto il giorno nei campi, era un vero miserabile. Orfano, senz’altro una persona buona, un gran bel ragazzo, ma ignorante, povero, la paga che gli davano era misera e il lavoro così pesante da non lasciargli forze per fare altro. Maria però, seguendo l’amore e gli ormoni della gioventù non sentì ragioni e in quattro anni di matrimonio aveva imparato a mettere enormi pentole piene solo d’acqua sul fuoco lasciandole bollire così da far immaginare un’opulenza inesistente. A volte immergeva nel pentolone mentuccia e altre erbe selvatiche perché emanassero il loro profumo e confondessero l’odiosa realtà.

Guido non gradiva i suoceri in casa perchè “gli avevano letto la ventura” e i rapporti familiari si limitavano al passaggio, al saluto mattiniero della nonna Ersilia che non doveva accorgersi che la famigliola soffriva la fame. In verità l’anziana continuava ad avere forti dubbi sul matrimonio della figlia ma trovava le bambine pettinate, tutto in ordine, pulito, un po’ di fuoco e la pentola che bolliva…  Maria nascondeva per orgoglio e vergogna agli occhi di tutti la disperazione e la condizione di miseria in cui vivevano; si toglieva letteralmente il pane dalla bocca per nutrire il marito e i bambini. Lavorava un pezzetto di terra davanti la capanna per avere qualche ortaggio da mettere nella minestra ma i frutti erano pochi. Teneva la verità sulla loro vita nascosta agli occhi “della gente” con un pentolone di acqua calda. Non andavano neanche a messa per non mostrare i vestiti ridotti a toppe e a stracci.

Il cesto impegnava l’attenzione delle due piccine che non staccavano gli occhi dal pane. Nonna Ersilia chiese perché il pane si trovasse così sollevato e la nipotina più grande, Ginetta, di quasi quattro anni, le rispose che era un segreto! Serviva per la sera, quando sarebbe tornato il babbo dalla campagna, la mamma lo legava in alto perché altrimenti lo avrebbero mangiato, un pezzetto per volta, e poi non ce ne sarebbe stato per la cena. La piccina, giudiziosa, teneva in braccio il piccolo Giacomo, di pochi mesi, e lo cullava dolcemente. Il bimbo bello e delicato, dormiva tranquillo tra le braccia minuscole della sorellina. La nonna chiese alle bimbe cosa avessero mangiato e sempre Ginetta le rispose che avevano mangiato un po’ di minestra avanzata dalla sera prima. E pure l’acqua fresca rincarò Luisa. Le piccine non riuscivano a staccare gli occhi dalla trave e alla nonna si riempirono gli occhi di lacrime.

Tornata a casa Ersilia, sconvolta, raccontò al marito che Ginetta e Luisa soffrivano la fame, che i loro sospetti erano reali e che lei sarebbe morta, non ce la faceva a sopportare il dolore delle nipotine. Alfio le rispose che non era affar loro, che la figlia s’era cercata e voluta quella vita di miseria, e che loro due vecchi non potevano farci niente. Guido le avrebbe fatto fare una vagonata di figli e poi Maria sarebbe morta. Alfio faceva il duro con le parole ma gli tremavano i baffi mentre le proferiva. A Ersilia gli occhi azzurri divennero neri per la disperazione. Dopo un silenzio carico di pena i due anziani decisero insieme di ordinare al fornaio di consegnare ogni giorno un secondo filone di pane a Maria. Lo avrebbero pagato loro, così le bambine avrebbero potuto saziarsi. Guido orgoglioso, all’inizio non voleva accettare l’aiuto dei suoceri ma Alfio gli disse severamente che avrebbe portato via Maria e i bambini, così a malincuore fu costretto ad accettare. Le bimbe furono felici e così nonna Ersilia.

Guido però ebbe la forza di cambiare il destino. In autunno, grazie alla bonifica della palude pontina, insieme alla numerosa famiglia di suo fratello, dopo un doloroso viaggio in treno, si trasferì con Maria e i bambini in un podere nelle campagne di Pontinia. Arrivarono alla stazione di Littoria di notte, tra paura e freddo. Trovarono però spazio, lavoro, acqua, cibo. La fatica era tanta, dura e non avevano tempo per dolersi troppo. Maria scriveva alla mamma tutti i mesi.

Gli anni passarono veloci. Ginetta e Luisa si spostavano in bici e i “marocchi”, cioè i sezzesi, stupiti ed eccitati, ammiravano “cispatane” e “cosse”. Un giorno due giovani sezzesi le invitarono a ballare. La sera Ginetta, Luisa e Giacomo, quindicenne, aspettavano seduti sul ponticello di casa gli amici “ballerini”. <<Buonasera!>> salutò Giacomo, <<Bonasera!>> risposero i sezzesi. <<Andiamo a ballare! Dove sono le vostre donne?>> <<E che! Semo scèmi nu’ a purtà le femmene nostre adecco alla bassa a ballà? E’ ppeno de zampani e de moscogni ca ce dao fastidio! Stao alla casa!>>

Giacomo si alzò lentamente mentre i due giovanotti sghignazzavano, divertiti dalle loro stesse battute. Si avvicinò loro adagio, senza rabbia, e li spinse entrambi, con un colpo solo, nella fiumetta, con tutta la bici. <<Non fatevi più vedere intorno alla mia casa, ne’ alle mie sorelle, marocchi, se no vi ‘mazzo!>>. Poi prese le sorelle sottobraccio e le portò a ballare.

Continua ad agosto con LA STORIA DI GIACOMO

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco