Racconti — 15 giugno 2017
IL PERDONO DEI FIGLI

Duemila e dintorni- Suso, Villa Arzilla -Zia Marcella ordinò sul tavolo della saletta della casa di riposo il contenuto del pacchetto che Pierina le aveva portato: una saponetta tonda, un piccolo asciugamani viola, una crema per le mani, due pacchi di biscotti, tre arance, un pacco di caramelle alla frutta e una rivista con tanti attori e attrici: <<Grazie, fija! Me porti sempre quarcosa…>>. Era contenta di ricevere attenzioni, tempo e regalini. Romana, s’era trasferita a Sezze dopo essere andata in pensione; non si era mai sposata e non aveva figli, aveva un nipote a Sezze che la curava e le voleva bene, così i vicini e gli amici che spesso la visitavano, specie il sabato. Tra anziani poi si offrivano una coll’altro i biscotti, le caramelle, i dolcetti che ricevevano; dovevano stare attenti alla glicemia… Il vecchio televisore trasmetteva un programma d’attualità e i cari vecchietti lo seguivano annoiati con un occhio e un orecchio solo. L’altro seguiva le mosse di zia e nipote. Era un giugno ventoso e piovoso che non invitava a stare in giardino ma presto sarebbero venute le belle giornate e tutti avrebbero goduto del giardinetto della villa, tra querce, geranei e siepi di gelsomino.

Un pigolio le distrasse da quelle considerazioni: <<Pierina… Pierina…>>

Non riconobbe subito quell’uccellino fatto di ossa e capelli bianchi che stava deposto su una poltroncina di similpelle e la guardava fisso fisso con un sorriso sdentato. La osservò con gli occhi di quand’era bambina e la riconobbe: <<Signora Loretina, sei proprio tu?>>. Pierina le si avvicinò e la abbracciò delicatamente per non farle male.

<<Sei qui con la nostra cara zia Marcella! Che piacere vederti!>>

<<Pierì, ti si fatta quasci uecchia puro tu! Mi ti ricordo con le trecce, le ciociarelle ai pechi. Giucavi cu gli atri mammocci. Curevi per la via Murolungo, dalla fonte su pe’ la Crocetta! Eri la capobanda e staui sempre arsa di sete!>>.

Pierina era commossa: <<Mi ricordo che mi davate sempre l’acqua cu’ gli soreglio! La prendevate in fondo al concone, così era più fresca. Quant’era buona quell’acqua!>>. Le tre donne schioccarono insieme la lingua. <<E quant’erano buone le mele per la merenda! Due piccole cinque lire, una grande dieci lire! Ma poi me ne regalavate sempre un’altra…>>. Risero tutt’e tre come mammoccette.

<<I miei figli m’hao abbandonata adecco. Niciuno mi vie’ a trua’ da mesci. Sto sempre agli letto e me vie’ da piagne>>.

<<Ma no! Sono impegnati a lavorare! Verranno presto a trovarla! Voi siete qui tranquille, vi preparano cose buone da mangiare, vi sistemano il letto e la stanza, vi misurano la febbre e la pressione. Ma fuori c’è sempre da correre, la vita non è più quella di una volta!>>

<<Ti prego, Pierì, famme telefona’ a cunatemo i prete. Ti ricurghi Padre Gino? Sta a Uelletri, è uecchio alleluia puro isso e ci devo parla’>>. Pierina le porse il cellulare, non poteva sentire le parole del sacerdote ma sentiva Loretina insistere, pregarlo di intercedere con i figli. Gli diceva che lui doveva intervenire per tutte le volte che lei gli aveva cucinato le cose buone che a lui piacevano, lo aveva lavato, stirato, preparato torte e dolcetti da portare via con lui, che lei aveva davvero bisogno di rivedere i figli e i nipoti ormai giovanotti, li aveva tenuti “’nzino”, adesso li voleva vicino qualche volta. Restituì il cellulare col viso scuro.

Dagli occhi azzurri rotolarono lacrime grosse e appuntite come sassi. Pierina e Loretina la tranquillizzarono, tra carezze, caramelle e biscotti…

Appena a casa telefonò al figlio maggiore: <<Ciao Lidano! Sono Pierina! Come stai? Lo sai che tua mamma è nella stessa casa di riposo della mia zietta Marcella?>>

<<Matrema è ‘na porca! Non me l’ammuntuà! Essa m’ha messo la lita co’ fratemo. M’ha lassato ‘na camera de casa ‘n più e da allora isso quando m’encontra sputa pe’ tera e ‘nghiastema!>>

<<Ma perdonatela! Tutti sbagliamo! Ma è stata una mamma tanto buona, ha sempre curato voi e vostro padre con affetto, col sorriso… Se hai compreso che a tuo fratello è stato fatto torto rimedia! Dagli qualche soldo, così rimpaciate!>>

<<Ecche!! Ecche me s’è ‘mpazzita la cella a mì? Chello ca m’ha dato me lo tengo! La colpa è de essa! E nun me sta’ a scuccià più, Pierì!>>

Chiamò Peppe: << Matrema è ‘na scèma! A fratemo gli ha fatto ricco. C’ha lassato ‘na cambra de casa ‘n più. Pe’ mme essa è morta. E ‘mpiacciate dei casi tuoi!>>

Allora rifece il numero che Loreta aveva lasciato sul cellulare e parlò con padre Gino: <<Mi dispiace Pierina, ho provato tante volte a parlare con quei due sciagurati, quei due debosciati, che il Signore li illumini e li aiuti, ma senza risultati. Ho spiegato loro che il perdono è il dono più bello, più grande, quello che ci fa uomini. Loretina è una grande mamma. S’è letteralmente tolta il pane dalla bocca per crescerli. Il maggiore mi ha promesso le botte… non posso più impicciarmi. Loretina deve rassegnarsi.>>.

Pierina pianse tre giorni poi tornò alla casa di riposo con un grosso ciambellone per le due vecchiette e per gli altri anziani, preparando giustificazioni e bugie per salvare quei due figli viziati, degenerati, nati dal sangue e dalle doglie, cresciuti tra carezze, baci e pane, così che Loretina soffrisse il meno possibile. Nel salottino zia Marcella e gli altri vecchietti stavano silenziosi e tristi, ombre della loro stessa esistenza. Solo la tv emanava la sua finta allegria tutt’intorno. Quella notte la morte si era presa Loretina. Se l’era portata via nel sonno, in un luogo dello spirito dove neanche i figli cattivi possono più ferirti.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco