Editoriale Aprile 2017 | Inclusivita ed esclusione

C’era un tempo in cui i testi legislativi varati nelle Commissioni parlamentari erano condivisi da maggioranza e opposizione, che poi si dividevano nel voto d’aula in virtù delle reciproche responsabilità. A quel tempo deputati e senatori, provenendo da alti studi e profonda formazione politica, sapevano che anche gli avversari potevano fornire indicazioni preziose nella gestione della cosa pubblica, e non avevano paura di confrontarsi con chi la pensava diversamente, nell’interesse supremo dello Stato. Questo processo decisionale derivava dal rispetto reciproco, dalla possibilità di raggiungere efficaci punti di mediazione, dalla consapevolezza che solo esaminando punti di vista differenti si arricchisce la conoscenza. Chi sa, sa anche di non essere depositario della verità, e che ogni persona, per le sue capacità e competenze, può insegnare qualcosa. Chi si arrocca sulle proprie posizioni inevitabilmente dà il senso di temere l’indebolimento a seguito di un confronto aperto, e chi ha questi timori è già debole di per sé. L’azione politica moderna è, invece, segnata dal proliferare di uomini soli al comando, che tendono al decisionismo come se fosse un elemento di forza, mentre invece rappresenta un tratto di fragilità. Nei giorni scorsi il Consiglio comunale di Latina ha approvato il primo bilancio dell’era Coletta. Un bilancio frutto del lavoro della maggioranza di Latina Bene Comune, che non ha accettato neanche un emendamento tra i tanti proposti dalle opposizioni. La maggioranza parte dal consenso plebiscitario riscosso al ballottaggio dello scorso giugno, che ha visto tre elettori su quattro esprimersi a favore dell’attuale sindaco, ma forse dimentica che al primo turno ha ricevuto il sostegno di meno di un elettore su cinque. Il meccanismo del ballottaggio serve proprio a questo, a consentire ai cittadini di indicare il “second best”, ossia non il migliore in assoluto, ma quello che preferiscono tra i contendenti rimasti in campo. Ma la scelta prioritaria resta quella espressa all’inizio, altrimenti l’opzione sarebbe stata esercitata già dal turno precedente. Pertanto non è solo un’opportunità politica quella di ascoltare le opposizioni, che magari qualcosa di interessante hanno da dirlo, ma anche un dovere morale, visto che lì siedono anche i rappresentanti di coloro che hanno consentito alla maggioranza di essere tale. E comunque, visto che un sindaco dovrebbe essere il primo cittadino dell’intera comunità che governa, la dittatura della maggioranza è una possibilità che non dovrebbe essere contemplata in una democrazia degna di questo nome. L’auspicio è che in futuro la gestione del bene comune non rappresenti un’esclusiva che, a prescindere dalla considerazione di sé, non spetta a nessuno.

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