Editoriale Dicembre 2016 | Un “no” grande così

Gli italiani si sono espressi sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi, varata in aprile dal Parlamento. Il responso non lascia adito a incognite: il Paese ha voluto mantenere la Carta inalterata, bocciando con il 60 per cento di “No” la riforma. L’affluenza ai seggi, specie se confrontata con quella delle più recenti consultazioni – referendarie e non – è risultata piuttosto elevata, superando il 68 per cento degli aventi diritto. La provincia di Latina si è dimostrata in linea con il resto d’Italia per quanto riguarda la partecipazione al voto, giusto un punto percentuale in meno di quella nazionale, e ha risposto ancor più energicamente – quasi il 69 per cento – in maniera negativa al quesito. In un solo Comune ha prevalso il “Sì”, ma si tratta anche di quello in cui c’è stata la più bassa presenza alle urne: dei 296 votanti di Ventotene, il 55,29% – ossia in 162 – si è pronunciato a favore, mentre il 44,71% contro la proposta di modifica della Costituzione. Il fronte del “No” ha riscosso le maggiori fortune a Monte San Biagio con il 73,80%, rimanendo oltre il 70 per cento anche ad Aprilia, Cisterna di Latina, Fondi, Ponza, San Felice Circeo, Santi Cosma e Damiano, Sermoneta e Terracina, ma anche a Pontinia e Minturno dove solo cinque mesi fa sono stati eletti sindaci i candidati del Partito Democratico. Il “No” è oltre la percentuale nazionale in altre due roccheforti del PD sui Lepini come Priverno – anch’essa al voto nel giugno scorso – e Sezze, che si appresta a scegliere il nuovo primo cittadino nella prossima primavera. Notevole l’affluenza nel capoluogo, oltre 71 mila votanti pari al 70,48%, coi “No” al 67,26 per cento. Fin qui i numeri dell’oggi, che illustrano chiaramente la situazione ma forse non sono sufficienti a spiegarla. Il 22 dicembre 1947 l’Assemblea Costituente approvò la Carta costituzionale con 458 voti a favore sui 556 aventi diritto, e solo 62 contrari. Oltre l’ottanta per cento di consensi di padri costituenti eletti su base proporzionale, e quindi rispecchianti l’esatta suddivisione politica del Paese. La riforma Renzi-Boschi ha avuto 361 voti favorevoli in ultima lettura alla Camera, su 630 deputati, i cui seggi sono stati ripartiti tramite premio di maggioranza alla coalizione vincente. Pietro Calamandrei, uno dei più autorevoli esponenti dell’Assemblea postbellica, diceva che quando si parla di Costituzione il banco del Governo deve rimanere vuoto. Matteo Renzi, da presidente del Consiglio, ha invece personalizzato il quesito referendario partecipando attivamente alla campagna e impostando la consultazione – almeno nella fase iniziale del percorso – come un’approvazione dell’opera del suo esecutivo. Il risultato è che solo in Trentino-Alto Adige, in Toscana e, sul filo di lana, in Emilia Romagna ha prevalso il “Sì”, mentre il “No” si è affermato quasi ovunque, anche in molte regioni governate dal centrosinistra. Una fotocopia dell’esito in terra pontina, che non può non evidenziare un fatto: se dopo pochi mesi da una tornata amministrativa non certo favorevole al centrosinistra, la riforma costituzionale viene respinta anche nei territori in cui il PD è al governo, appare evidente che molti degli elettori democratici si sono schierati per il “No”. Un elemento su cui, inevitabilmente, dovranno riflettere i dirigenti del partito, per cercare di ricucire le distanze che li hanno separati dall’elettorato di riferimento. La personalizzazione ha giovato agli avversari dell’ormai ex premier – dimessosi subito dopo il responso delle urne – i quali hanno potuto attribuire un significato politico a un voto che, invece, avrebbe dovuto essere espresso esclusivamente sul merito della riforma. E, vista l’importanza della consultazione, è legittimo sperare che così sia stato.

Di Andrea Giansanti

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