Editoriale Luglio 2015 | Una comunità in cerca di sé

di Andrea Giansanti

La provincia di Latina storicamente manca di una sua identità univoca. Si possono individuare almeno tre aree distinte e, per certi versi, a sé stanti: i Lepini, la zona sud e la pianura pontina vera e propria. Tre anime, tre matrici differenti, tre diverse culture di riferimento, tra palude, Stato Pontificio e Regno di Napoli. Di richiami identitari, necessari per creare una comunità, nel corso degli anni se ne sono contati pochi. Tra quei pochi, di sicuro, c’è lo sport. Il capoluogo ha una forte tradizione nel basket, ma il primo vero legame con l’entroterra è stato rappresentato dal volley. Cuore sportivo sui Lepini, a Cori, testa economica a Cisterna con lo sponsor Icom, a metà degli anni novanta la pallavolo inizia a scalare le vette del campionato italiano, approdando in serie A2. Un balzo che richiede anche l’identificazione con il capoluogo: ecco il trasferimento a Latina, la serie A1 e in tre lustri due finali europee. Ma la Top Volley oggi, seppur reduce dalle semifinali scudetto, rischia di non iscriversi al campionato, in un quadro generale di forte e perdurante crisi della pallavolo italiana. Resta il pallone, che ha fatto il percorso inverso: dopo anni di quasi anonimato, e la stagione 2006/2007 senza campionati, il Latina calcio ha vissuto un’ascesa inarrestabile che dodici mesi fa arrivò a un passo dalla serie A. L’ultima annata in B è stata un po’ tribolata, ma la conferma della categoria ha consolidato il tifo, che non è solo quello dei cittadini – finalmente titolari di un simbolo che supera la bonifica, i coloni e il Ventennio – ma anche di tanti che affollano il Francioni dai paesi vicini, perché la serie cadetta ha pur sempre il suo fascino, nonostante bomber Jonathas sia stato rimpiazzato da attaccanti piuttosto asfittici. Ecco però l’epilogo che non ti aspetti: non tanto per gli azzardi del Catania –in gradinata già si dava per scontato che in un modo o nell’altro avrebbe trovato la salvezza – quanto per il coinvolgimento di un giocatore neroazzurro. E quale giocatore: in un Latina senza più calciatori autoctoni, Matteo Bruscagin rappresenta la proiezione della città nel futuro. Giovane, alla moda, milanese sì, ma con quel cognome che mantiene i sapori dei pionieri veneti che bonificarono la palude. In più, un idolo dei tifosi, uno che ha sempre fatto il suo quando è stato chiamato in campo. L’informazione di garanzia, che attesta il suo status di indagato nella presunta combine che avrebbe portato ad aggiustare il risultato di Latina-Catania a favore degli etnei, rischia di diventare uno spartiacque. Nella speranza di un pieno proscioglimento del ragazzo, il rovescio della medaglia sta nella frantumazione del primo vero riferimento identitario della comunità pontina, che ha bisogno come il pane di unità d’intenti per crescere e confrontarsi – non solo nello sport – con le aree limitrofe del Paese. La riprova? Nella prima settimana di campagna abbonamenti, sono stati staccati solo venti tagliandi o poco più. E intanto il Frosinone è in serie A.

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