Editoriale Maggio 2016

LAVORO E DIGNITA’

di Andrea Giansanti

Il mese di maggio è caratterizzato dalla Festa del Lavoro, l’occasione in cui ricordare le battaglie operaie per ottenere condizioni dignitose sotto il profilo economico e sociale. L’origine di questa festa risale agli ultimi anni dell’Ottocento, quando le organizzazioni sindacali promossero diverse manifestazioni per rivendicare il diritto a una giornata lavorativa che non eccedesse le otto ore. Le dimostrazioni più importanti avvennero negli Stati Uniti, tra Chicago e New York, e spesso furono funestate da eventi tragici: le forze dell’ordine, chiamate a reprimere gli assembramenti, spararono sui manifestanti mietendo diverse vittime.

Con l’inizio del Novecento anche in Italia operai e contadini iniziarono a manifestare pubblicamente per reclamare i propri diritti, e i rappresentanti dell’ordine pubblico risposero ovunque alla stessa maniera, causando stragi, da Braganzola – in provincia di Parma – alla siciliana Comiso, che non risparmiarono donne e bambini. Uno degli eventi che ebbe la maggiore eco nazionale avvenne sui monti Lepini: l’eccidio di Roccagorga, del 6 gennaio 1913. Quel giorno nella piazza principale di Roccagorga si radunarono braccianti agricoli per protestare e far conoscere i loro disagi. La povertà, dovuta alle condizioni di lavoro assurde, serpeggiava ovunque, i contadini di Roccagorga – scriveva un giornalista dell’epoca – “si alzano a mezzanotte, fanno quattro ore di cammino per andare sul posto di lavoro (nelle paludi di Sezze e Terracina), staccano alle due pomeridiane e ritornano alle loro casette per mangiare un piatto di granturco.”

Oltre a ciò, gli abitanti di Roccagorga vivevano in un paese senza fogne, senza acqua nelle case, vessati dal sindaco che era anche l’amministratore della famiglia Doria, padrona di quelle terre. Per questi motivi fu indetta una dimostrazione, organizzata dalla Società Agricola Savoia, costituita su iniziativa di alcuni contadini tornati dall’America. La dimostrazione si concluse senza alcun incidente, ma dopo il comizio un gruppo di partecipanti prese una bandiera tricolore per porsi in marcia verso il Comune. Questo episodio scatenò la reazione delle numerose forze dell’ordine presenti, e ai primi lanci di sassi dei manifestanti l’esercito rispose aprendo il fuoco. I morti furono sette, tra cui un bambino di cinque anni e una donna incinta.

L’accaduto salì agli onori della cronaca nazionale: il capo del Governo Giolitti parlò di una “selvaggia ribellione” della popolazione, chiese una “esemplare repressione” con “arresti su larghissima scala”. Sette mesi dopo il processo vide imputate 45 persone, tra cui 15 donne. Le vittime vennero fatte passare per carnefici: furono tutti condannati. Ci vollero diversi decenni, segnati da due guerre mondiali, perché i lavoratori ottenessero dignità e tutele per i propri diritti. Ricordare il primo maggio tutti coloro che hanno messo in gioco la loro stessa vita per quelle conquiste, che oggi molti danno per scontate, è un atto doveroso, così come è doveroso non dimenticare quanti ancora sul lavoro trovano la morte.

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