Editoriale Maggio 2017 | Braccie rubate all’agricoltura

di Andrae Giansanti

Una vita fa, per schernire uno studente incapace, lo si etichettava come “braccia rubate all’agricoltura”, ossia l’unica parte del suo corpo potenzialmente adatta a una qualche produttività, visto che la mente risultava inadeguata alla scienza. Vincenzo Notaro, giovane regista di Latina, ha realizzato un documentario che racconta il ritorno alla terra di architetti, informatici, ragazzi prossimi alla laurea. Menti adatte ad accogliere il sapere, ma che scelgono consapevolmente quello che invece era lo spauracchio dei loro nonni. Le motivazioni sono diverse: chi comprende che la sua strada professionale è lastricata di tirocini gratuiti e collaborazioni precarie, nella speranza che prima o poi si affacci qualcosa di meglio; chi ha perso il lavoro a cinquant’anni e si rende conto che a quell’età è impossibile riciclarsi sul mercato occupazionale; chi ha creduto sin da subito alle possibilità offerte dalla natura, e vuole passare in prima persona dalla teoria alla pratica. Il documentario, intitolato “Ci vuole un fiore”, tratta le singole storie con appropriata delicatezza e mano sapiente: è ambientato a Roma, ma solo perché si basa sull’esperienza degli orti urbani, che a Latina non è ancora decollata. Eppure il capoluogo pontino è uno dei più grandi comuni agricoli d’Italia – nel Lazio è secondo solo alla Capitale – e il Pil del territorio si basa sull’agricoltura per una quota doppia rispetto alla media nazionale. La disponibilità di appezzamenti da coltivare, il microclima favorevole, la domanda di qualità in settori come il vino e l’olio, che qui trovano elevata biodiversità e habitat ideale, hanno spinto da tempo a una mutazione del profilo dell’imprenditore agricolo, anche in aziende di piccole dimensioni. Non più il coltivatore diretto di un tempo, e nemmeno l’operaio impegnato nel secondo lavoro, ma figure ad alta professionalità e con un retroterra scolastico e culturale elevato. Un riscatto rispetto alla cronica mancanza di lavoro, che penalizza il comprensorio pontino molto più di altre realtà, ma anche al fatto che quando il lavoro c’è non viene remunerato abbastanza: qualche giorno fa è stata pubblicata la classifica degli stipendi italiani, che vede Latina all’ottantaquattresimo posto in Italia, affiancata da realtà del profondo sud e in coda rispetto a tutte le altre province laziali. La terra è bassa, ammonivano i nonni contadini per spronare i figli a studiare, poiché l’ascensore sociale passava per un titolo di studio elevato. Oggi la terra resta bassa, ma forse ci si piega più volentieri per raccogliere i frutti della propria fatica e del proprio impegno, piuttosto che piegarsi di fronte a quelle logiche imprenditoriali neoliberiste che considerano l’uomo non come una risorsa da valorizzare, ma come un costo da minimizzare per incrementare il profitto.

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