Editoriale Marzo 2017 | Il calcio, Littoria e Satricum

La gente pontina con fatica riesce a trovare simboli identitari in cui riconoscersi, a individuare una punto di riferimento che unisca tutto il territorio, un elemento in grado di rappresentare il senso di comunità che spesso è mancato, privandoci di quella forza sistemica che avrebbe consentito una maggior considerazione in ambito sovralocale e più importanti riconoscimenti di cui, invece, hanno beneficiato collettività capaci di mettere insieme le forze e lottare per obiettivi condivisi. Un emblema, in tal senso, è stato incarnato dal Latina Calcio che, dopo il fallimento del 2007, negli ultimi dieci anni era riuscito in una cavalcata trionfale capace di portarlo dalla Promozione alle soglie della Serie A, assaporata per 45 minuti nel corso della finale playoff del 2014. L’entusiasmo che le gesta del Latina hanno saputo trasmettere, ha consentito a molti di ritrovarsi sotto i colori nerazzurri, rivelando di far parte della stessa comunità. La sconfitta col Cesena, che ha precluso l’accesso alla massima serie, è stata – col senno di poi – l’inizio della fine. Anziché consolidare la categoria e i risultati raggiunti, la società è stata depauperata dalla malagestione, ben celata da operazioni non del tutto trasparenti e di cui si è potuto apprendere solo grazie alle inchieste della magistratura. Nemmeno il cavaliere bianco che sembrava poter risollevare le sorti del sodalizio – del quale, peraltro, non si è nemmeno ben compresa l’identità: Ferullo? Mancini? – è stato in grado di mantenere gli impegni presi: non tanto quelli assunti al momento dell’insediamento, prima che le indagini disvelassero la reale situazione dei bilanci, ma piuttosto quanto affermato prima dell’udienza prefallimentare, senza contare le rassicurazioni in ordine alla richiesta di esercizio provvisorio, poi respinta dal tribunale per mancanza di garanzie. Insomma, a meno di un miracolo, il destino del Latina Calcio appare decisamente infausto. E addio all’unico tassello che negli ultimi anni ha saputo alimentare quel senso di appartenenza necessario alla comunità pontina per guardare al futuro. Tutto questo mentre un gruppo di buontemponi indice un referendum perché Latina, anziché proiettarsi finalmente nel terzo millennio, faccia un passo indietro di ottant’anni, tornando al periodo più infelice del secolo scorso. Solo così si può leggere l’idea – superflua, ancor peggio che dannosa – di ripristinare per il capoluogo il nome di Littoria. Allora facciamo una proposta: se al passato si deve tornare, allora chiamiamo sia la città, sia la squadra di calcio col nome primigenio del territorio, ossia Satrico. Magari è l’occasione per ricominciare dall’inizio, tutti insieme. Sempreché si impari, finalmente, dagli errori.

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