Editoriale Novembre 2014 | Porte aperte

PORTE APERTE

Quando il direttore mi ha proposto di collaborare con “Lepini Magazine”, il mio primo pensiero è andato a ciò che mi lega ai monti a cavallo tra la provincia di Latina e quella di Roma. Le passeggiate sulla Semprevisa, le hostarie di Carpineto, la sagra del carciofo a Sezze o la festa della Madonna della Vittoria a Sermoneta. Ma il ricordo più vivido è stato quello dei miei giorni di vacanza d’infanzia a Roccagorga. Ho trascorso i fine settimana e le estati di bambino in una casa di campagna, distante dal centro della cittadina. All’epoca, una trentina d’anni fa o giù di lì, potevo andare a piedi fino in Piazza VI Gennaio, dove c’era l’edicola in cui compravo il giornale per mio padre e qualche pacchetto di figurine per me. Durante la camminata – che mi appariva lunghissima, una vera e propria impresa eroica – notavo un particolare che mi è rimasto impresso sino ad oggi: le porte delle case rimanevano aperte. Alcune erano solo accostate, altre avevano la chiave nella toppa dalla parte esterna, cosicché chiunque potesse accedere. La preoccupazione principale era permettere l’ingresso nell’abitazione in caso di necessità, per soccorrere un’anziana o la vittima di un incidente domestico, ma anche solo favorire la socialità e la condivisione. Era normale andare dal vicino per una tazza di zucchero o un pugno di sale, e ricordo bene che quando i miei acquistarono quel piccolo rifugio lontano dalla città, tutti facevano a gara ad averli ospiti, per farli diventare parte integrante della collettività locale, nonostante la loro vita famigliare e professionale si svolgesse nel capoluogo. Sono trascorsi diversi lustri, la consuetudine delle seconde case è andata scomparendo, e anche la mia famiglia si è privata di quel buen retiro. Ho avuto modo però di tornare più volte a Roccagorga, e ho appurato che anche lì, come in tutte le altre cittadine lepine che frequento piuttosto assiduamente, i commercianti di serramenti blindati hanno fatto i loro affari. Si è insinuata, ahimè non senza ragioni, la paura. Il problema è che ad essa si accompagna la diffidenza nei confronti del prossimo, e si perde quel senso di comunità che caratterizzava l’Italia degli ottomila Comuni. Forse è impossibile tornare al tempo che fu, ma sarebbe bello rispolverare la solidarietà e il sentimento di appartenenza di allora. Anzi, probabilmente è necessario, se il Paese vuole risalire la china.

di Andrea Giansanti

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