Editoriale Settembre 2016 | La terra trema

Di Andrea Giansanti

Verso la fine degli anni ’40 il regista Luchino Visconti decise di dirigere la trasposizione cinematografica del romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga, capolavoro del verismo. Il film, intitolato La terra trema, mantenne l’ambientazione siciliana ma il dramma della famiglia protagonista non è dovuto a una fatalità, ma a un sistema economico i cui responsabili vengono chiaramente indicati. Settant’anni dopo la terra continua a tremare, non più in senso figurato, ma letterale. Ha tremato a L’Aquila sette anni fa, ha tremato nei giorni scorsi sull’appennino laziale, nel punto di congiunzione tra quattro regioni: Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria. In entrambe le occasioni la drammatica contabilità dei decessi ha elencato trecento vittime, oltre a numerosi feriti e migliaia di sfollati, con la propria casa divenuta un cumulo di macerie e insieme ad essa, in molti casi, l’intera esistenza. La dicotomia tra il romanzo di Verga e il film di Visconti si ripropone nella valutazione postuma di quanto accaduto: una tragica fatalità o un evento le cui conseguenze potevano essere quantomeno attenuate, se ci fosse stata una seria attività di prevenzione? Certamente i terremoti non si possono predeterminare, ma gli esperti sono in grado di individuare le zone a maggior rischio, ove effettuare gli interventi antisismici su abitazioni o edifici pubblici. L’immagine del palazzo dall’intonaco granata rimasto in piedi nel centro di Amatrice e contornato dalle rovine della città, lascia in piedi più di qualche interrogativo, così come l’impatto minimo del terremoto sull’area umbra, che ha fatto vanto della propria opera di adeguamento degli immobili. Ma, insieme a queste domande, abbiamo anche alcune certezze: prima fra tutte quella sulla grande generosità degli italiani. La fila per donare il sangue, tante persone pronte a mettersi in viaggio per dare una mano, una raccolta di beni che nel giro di poche ore ha saturato le necessità della popolazione. Peccato che il villaggio globale creato dalla Rete e dai social network sia riuscito a creare disagi e falsa informazione. Eppure era facile intuire che se un decimo degli italiani dona anche solo un chilo di pasta ciascuno, duemila sfollati si ritrovano con seimila tonnellate (tre a testa…) di fusilli, e che l’invio di beni causa difficoltà di gestione e stoccaggio. Ma il complottismo, grazie a internet, si diffonde a macchia d’olio e offusca anche il più elementare ragionamento. “Donate beni, che i soldi se li rubano i soliti noti!”. Ovviamente, però, è molto più difficile nascondere la distrazione di denaro versato su un conto corrente piuttosto che quella di cibarie o vestiti, pronti a finire sul primo banco del mercato dietro l’angolo. Nonostante i webeti – così stigmatizzati dal giornalista Enrico Mentana, e che speriamo si limitino a una rumorosa minoranza – i nostri concittadini hanno dato prova di conoscere il bene della solidarietà, che troppe volte appare dimenticato. In fondo, è lo stesso messaggio che ci trasmette Verga: se prevale l’individualismo, non c’è futuro. Alla tragedia, alle difficoltà, c’è un solo modo di reagire: tutti insieme.

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