Editoriale Settembre 2017 | La ragione degli incendi

di Andrea Giansanti

La tutela dell’ambiente, la preservazione della natura, del verde, delle foreste, dovrebbero essere un patrimonio genetico della gente di queste terre. Nel 1934, infatti, l’istituzione del Parco Nazionale del Circeo precedette addirittura, di quasi un intero anno, la creazione della Provincia di Latina. I paesi collinari da lustri lottano perché venga realizzato il Parco Regionale dei Monti Lepini, che completerebbe la tutela sulla dorsale montana con gli altri parchi regionali già esistenti, quello dei Monti Aurunci, e quello dei Monti Ausoni e Lago di Fondi. Questi ultimi due, insieme coprono un’area che è quattro volte quella del Parco del Circeo, a testimonianza della crescente attenzione per le aree protette che negli ultimi vent’anni ha condotto al sostanziale incremento delle zone sotto tutela. Eppure, nonostante il positivo dilagare dello spirito ambientalista, ancora assistiamo ad aggressioni al nostro territorio, come quelle che si sono verificate nel corso dell’estate ormai prossima alla conclusione. Complice la perdurante assenza di pioggia, non c’è stato giorno in cui non ci sia stata la notizia di un qualche incendio. Ne hanno fatto le spese aree verdi, boschi, zone montane. Certo, la provincia latinense non è stata l’unica ad essere vittima di questi episodi, e l’abolizione del Corpo forestale dello Stato, inglobato nell’Arma dei Carabinieri e di fatto privato della sua autonomia d’intervento, non ha aiutato la prevenzione e le necessarie azioni tempestive per far fronte alle emergenze. Va considerato anche il fatto che i roghi si sono propagati spesso anche in perimetri industriali, o a ridosso di abitazioni, e che purtroppo c’è stata anche una vittima, oltre al danneggiamento di fabbricati, macchinari e mezzi di trasporto. Ma, se da un lato ci sono i casi di chi non ha tenuto in adeguata considerazione i rischi legati al bruciare le sterpaglie, dall’altro è impossibile non evidenziare l’azione dolosa di quanti hanno appiccato il fuoco nelle zone più remote, quelle lontane da insediamenti antropici e quindi con un tempo di reazione più lungo in ordine alle segnalazioni d’incendio. Piromani, persone che godono nel veder bruciare: ma gli episodi sono stati troppi per attribuirli solamente a gente con un qualche disturbo mentale. Ci deve essere qualcuno che, scientemente e lucidamente, mette al rogo quel patrimonio ambientale che altri cercano di tutelare. Difficile comprenderne i motivi. Un tempo si attribuivano questi episodi a pastori in cerca di nuovi pascoli per mezzo del cosiddetto debbio, pratica di fertilizzazione del terreno che consiste proprio nell’incendio della vegetazione: oggi però l’allevamento è prevalentemente industriale, le mandrie e i greggi sono talmente pochi da rendere più che sufficienti le zone da pascolo già esistenti. Altra ipotesi del passato era quella di creare nuove zone edificabili, spesso di natura abusiva, ma per effetto delle leggi antiabusivismo e della disciplina vincolistica che, dagli anni Duemila, vieta l’edificazione nelle aree percorse dal fuoco, anche questa supposizione trova scarso riscontro. La comprensione dei motivi è ardua, ma non è un esercizio puramente speculativo, poiché servirebbe a individuare nuove modalità di prevenzione di un fenomeno fuori controllo. Resta il fatto che la difesa dell’ambiente è un compito che spetta a tutti noi, se vogliamo preservarne le risorse a beneficio dei nostri figli.

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