Racconti — 22 settembre 2015
In silenzio

Anni Cinquanta… In un vicolo di Sezze, in un palazzetto nobile, gli antichi avi fissavano da quadri scuri e da foto seppiate la sedicenne Annetta. Minuta, graziosa, chiara, gli occhi castani si spalancavano sulle guance cicciottelle e la bocca ridarella. Tutto il vicolo ne ascoltava le canzoni di Rita Pavone. Gonne a ruota, golfini stretti e scarpette chiare, basse. Studiava, Annetta, diversamente da tante sue coetanee, costrette al lavoro in casa e nei campi. A scuola era bravissima. La sua era una famiglia agiata di commercianti intraprendenti. Suo fratello lavorava nel negozio col padre, la madre preparava manicaretti e ricamava asciugamani e lenzuola con le cifre di Annetta: A.M. I compiti pesanti erano destinati alle molte donne di fatica che lustravano la casa…

Corteggiatori benestanti che avrebbero voluto amarla non le facevano battere il cuore, aspettava il principe azzurro che l’avrebbe resa regina. Lo incontrò una mattina di settembre, davanti alla Chiesa di San Pietro. Appoggiato al muro, le mani in tasca, la sigaretta accesa, era l’uomo più bello che Annetta avesse visto, più bello degli attori del cinema: bello come Renato Salvatori, di più, come Marcello Mastroianni, no! come Tyrone Power… insomma “fatto cugli pennello!”. Annetta fantasticò su di lui durante il Rosario e la Messa. <<Permette, signorì? Me presento: so’ Benito, ma m’ammontuano “I Spirto” perché a casema semo longhi longhi allampanachi! >>

Una domenica dopo l’altra Benito lisciò ed allisciò Annetta, e poco dopo l’ingenua ragazzina aspettò un figlio. Tra le lacrime confessò ai genitori “il peccato”. Organizzarono un matrimonio riparatore, il padre le gettò una ‘nghiastema: <<Si sbagliato! Tu si prena e ti si messa ‘n mezzo alle cosse I Spirto, isci da casema, nun te uoglio più ariuedè. Peggio d’isso nun potevi sceglie, me sì purtato a casa miseria e corna!!! Pe’ nu si mmorta.>>. Annetta lasciò per Benito i ritratti degli antenati, le bambole, i libri, la spensieratezza e l’amata mamma. Al matrimonio, di mattina presto, solo suo fratello Amerigo era presente. Annetta provò vergogna e dolore; in fondo alla chiesa il giovane pianse brucianti lacrime, poi l’abbracciò e uscì dalla sua vita.

Andò a vivere in una capannuccia, a Suso. Per cucinare le pietre del focolare, dormiva nella lestra, su una coperta lacera e bisunta, una latrina alla turca come bagno. Insieme ai due giovani i genitori e i fratelli. Benito era bovaro, spaccava la terra con l’aratro per conto terzi. I soldi non giravano e i clienti lo pagavano con un po’ di farina, olio, un sacchetto di fagioli o di cicerchie. Le bocche erano tante, per tutti era dura, per Annetta, regina incinta, la vita era un inferno. Da subito Annetta condusse i due asinelli a bere l’acqua alla fonte.

Con la pancia enorme, faceva la fila alla “fonte” a via Murolungo. Laurina, sposa felice e già madre da tempo, la conosceva da quand’era piccina e ne aveva pietà. Quando la vedeva arrivare dalla Crocetta, la chiamava a casa sua, dove c’era il pozzo di famiglia. Mentre Annetta “spozzava” l’acqua, piangeva tutte le sue lacrime, e Laurina, di nascosto dalla suocera, le offriva un bicchierino di vino bianco che la sposina accettava. Un giorno le chiese perché piangeva sempre: era stata allontanata dalla sua famiglia, aveva perso i suoi beni, non andava più “alla scola”, però presto avrebbe avuto un figliuccio, aveva sposato un bel giovane che le voleva tanto bene… I singhiozzi divennero disperati: <<Se dico caccosa che ‘n ci piace isso me mena!!! Me vo’ accide!>>

Laurina quella notte non fece dormire il marito Mariotto. Gli parlò fitto fitto della pancia piena di bambini e dell’infelicità della sedicenne che aveva sbagliato ma che non meritava tanto dolore. La mattina dopo Mariotto, tongo tongo, scese nelle campagne a Portatura, per incontrare il giovane bovaro. Finse di essere là per motivi suoi e cominciò a elogiare le grazie e la grazia di Laurina: <<Mogliema è’ brava a fa’ tutto! Fa lo pano, cura i figli, cura matrema, cura a mi! Eppoi è pure bella e affezionata, compà Beni’! E’ comm’a na rondinella che passa ‘ncima aglio mio casolare… La matina me dispiace d’arizzarme! E la moglie tea, Annetta, me sembra brava puro…>>

<<La pozzino arde ‘ncima agli foco, compa’! Iessa era ricca e me vo’ accide! M’arinfaccia la povertà me’. Come rientro a casema, la sera, me chiede lo cigliano, lo pane, vo’ lo pettine e vo’ lo fazzoletto. Allora io me ceco e ce dico: “te pozzino accide a te e madreta”. Iessa, inbece de stasse zitta, accome deve da fa’ na brava femmena, me risponne: “A ti e essa, mammeta”. E allora io ce do ‘nzacco de botte, co le mani, co la cinta, puro li carci a la trippa!”

<<Le femmene so’ fiori, compà Beni’ e tu non ce devi più mena a moglieta. Ha lassato tutto pe ti! Essi brauo e pigliala colle bone! E poi, non penzi alla creatura che te’ drento alla trippa? Ce la si’ missa tu!>>

<<Compa’, fatti i fatti te’, c’agli me’ ci penso iuo>>

Laurina spiegò ad Annetta che non doveva più rispondere al marito se non voleva morire di botte. La giovane giurò che da quel momento non avrebbe più dato modo al marito di sfogare su di lei la rabbia del suo malcontento. Non avrebbe più risposto alle provocazioni e avrebbe ingoiato le parole. <<Quanno isso rientra, mettete l’acqua ‘n bocca così la tieni piena e nun pòi risponne! Statte zitta, Annè…>>

Così non venne più battuta e i suoceri impararono ad apprezzarla per le sue qualità muliebri. Imparò a fare ciò che a casa sua facevano le donne “alla giobba”. La passione che l’aveva incatenata a Benito le fruttò tre figli maschi, uguali in tutto e per tutto al padre, una faccia e una figura. Morì giovane, lasciandoli fanciulli. Di lei rimane un po’ di polvere, il silenzio e il ricordo che ho condiviso con voi.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco