Cultura Norma slider — 08 Febbraio 2013
Incantato dalle Mura Poligonali Lepine

Il geologo Giambattista Brocchi nei primi anni dell’800 le ha casualmente scoperte e ne scrisse le caratteristiche

Uno scritto composto «cammin facendo» nel corso dei suoi viaggi «a sostegno della propria memoria»e non destinato alle stampe

Sono passati quasi due secoli da quando Giambattista Brocchi percorse alcuni paesi lepini in occasione di uno dei suoi numerosi viaggi. Si tratta di un geologo dell’epoca, professore di storia naturale a Brescia e autore della Conchiologia fossile subappenninica, opera nella quale sostiene l’idea ed il valore dei reperti fossili come indicatori scientifici di organismi vissuti in epoche passate, facendosi portavoce italiano del moderno concetto di geologia stratigrafica. L’osservazione diretta costituiva una parte fondamentale della sua ricerca, tanto da indurre lo studioso a compiere diversi viaggi di studio. Nel 1815 partì per il Lazio per studiarne da vicino la geomorfologia e trovare affermazione scientifica nella sua idea secondo cui la formazione della crosta terrestre in quell’area fosse dovuta anche all’attività dei vulcani marini. In seguito a questi studi pubblicherà la sua famosa Carta geologica di Roma, ma nel corso di quel viaggio avrà modo anche di conoscere più da vicino le “mura ciclopiche” per le quali, come molti suoi contemporanei, subirà una vera e propria fascinazione, tanto da deviare il proprio percorso per visitare le antiche costruzioni megalitiche lepine. I dettagli di quel viaggio, avvenuto due secoli fa, sono raccontati dallo stesso Brocchi in un manoscritto intitolato “Giornale del viaggio a Roma” dell’anno 1815-1816, oggi conservato nella Biblioteca di Bassano del Grappa, sua città natale. Uno scritto composto «cammin facendo» nel corso dei suoi viaggi «a sostegno della propria memoria» e, come Brocchi stesso dichiara nel suo testamento, non destinato alle stampe. Oggi sono state pubblicate le sezioni dell’opera riguardanti i viaggi condotti nella Tuscia e nell’Agro Pontino, escludendo le parti di tema strettamente geologico e mettendo in risalto anche la preparazione e gli interessi antiquari dello studioso. Brocchi visita l’agro pontino durante le festività natalizie, tra il Natale 1815 e l’Epifania 1816. Trascorre gli ultimi giorni del 1815 tra Terracina e “Santa Felicita” (San Felice Circeo) dove, nel corso di una escursione sull’Acropoli, ha modo di conoscere da vicino i resti delle mura poligonali che, come egli stesso scrive, diventeranno da quel momento «oggetto principale del viaggio». Infatti, per far ritorno a Roma, deciderà di non intraprendere il viaggio su strada come aveva fatto all’andata, ma di dirigersi verso nord attraversando i vicini paesini posti sui Monti Lepini. Così il 30 dicembre parte da Terracina e, «navigando l’Ufente e attraversando le paludi pontine in una di quelle barchette dette Sandali», raggiunge Sezze, dove il giorno seguente avrà modo di dedicarsi nuovamente alla visita dell’area circondata dai resti di mura ciclopiche, il tour delle mura lepine proseguirà e si concluderà a Cori, il 6 gennaio 1816. Brocchi inserisce annotazioni oggettive e puntuali sui luoghi visitati. Nella descrizione delle mura poligonali inoltre, egli con dovizia di particolari, sottolinea l’esistenza di diverse tipologie di quel genere di costruzioni, le cui differenze sono nelle dimensioni dei blocchi e soprattutto nel loro grado di lavorazione, mostrando la sua preparazione sull’argomento, oggetto di studio proprio in quegli anni. Nelle sue esplorazioni egli parte da un’analisi materiale e tecnica della pietra impiegata per la costruzione delle mura, per poi cercare di ricavarne delle spiegazioni, delle risposte riguardanti l’epoca e la tecnica di messa in opera, ponendosi di fronte a quelle “rocce” con un’ottica vicina a quella dell’archeologo. Brocchi descrive con particolare riguardo le mura ciclopiche che cingono l’antica città di Norba, visitata il 3 gennaio. Come annota il 3 gennaio, dopo aver lasciato la collina di Sermoneta, scorge «sul vertice di un monte calcario», Norma, affermando: «Gli indizi vulcanici di cui ho finora parlato sono poca cosa rispetto a quanto si trova più oltra nella medesima valle…A mezzo miglio da Norma havvi un’eminenza detta Civita Penna d’Oro[… ]e qui si presentano magnifici avanzi di mura ciclopiche i più ragguardevoli di tutti questi intorno sì per l’estensione, come per la conservazione e il volume de’ massi. Essi sono al solito poligoni, la superficie esterna è piana, e le giunture combaciano a meraviglia…». Segue una puntuale descrizione del circuito murario e in particolare della posterula e della cosiddetta Porta Maggiore con il torrione circolare, poste entrambe all’ingresso principale della città antica: «…Nel giro di queste mura osservansi un interstizio che dovea servire d’ingresso, il quale da un lato ha un maschio a guisa di bastione con la fronte rotondata, notabile per questo che i massi poligoni di cui è costruita sono tagliati in maniera che l’esterna loro superficie è curva». Infine Brocchi conclude annotando: «Le mura di cui parlo formano un recinto che circoscrive la sommità di quell’eminenza[…]tal quale ora rimane è il più spettacoloso avanzo di mura ciclopiche…». Il geologo veneto era rimasto davvero molto affascinato da quelle antiche costruzioni, esprimendo la stesso stupore e la stessa ammirazione che pochi anni prima erano emerse dai viaggi di altri esploratori e confermando la particolare conservazione e maestosità delle mura norbane rispetto alle altre della stessa tipologia costruttiva.

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Autore dell'articolo

Beatrice Cappelletti
Beatrice Cappelletti