Racconti — 22 marzo 2018
La Prima Repubblica

Roma – Anni Settanta. Stretta nel cappottuccio cammello, foulard blu, la borsetta fuori moda, Adelina, una giovane susarola, passeggiava guardando con desiderio i vestiti nelle eleganti vetrine di Via del Corso. Un forte acquazzone l’aveva costretta, senza ombrello, a trovare riparo sotto la pensilina del cinema Metropolitan. Era stato intenso ma breve, ora le luci si riflettevano nelle pozzanghere nel tardo pomeriggio romano. L’inverno stava per finire e già l’aria era pregna di calore umido che faceva fremere le prime gemme. Gente con le mani impegnate da buste di cartone colorato piene di abiti e scarpe la sfiorava passeggiando. Lei, quel pomeriggio, non avrebbe acquistato nemmeno un fazzoletto, nella borsetta aveva la carta d’identità, il burro cacao, un pettinino e i soldi per l’autobus.
Dieci anni prima aveva sposato un sermonetano, buono e lavoratore, si erano trasferiti a Roma, ma la povertà che li artigliava da quand’erano bambini, come il destino, li aveva seguiti e stremati ed Adelina era preda ad uno stato depressivo. L’asilo nido dove preparava il pasto del mezzogiorno a venti bambini e alle istitutrici era stato chiuso per effettuare un’importante ristrutturazione e da qualche mese non aveva più un’occupazione. I risparmi erano ormai finiti. Lo stipendio del marito ministeriale se ne andava per vivere e per pagare il mutuo dell’appartamento al quartiere Tuscolano: quinto piano, due stanze, cucina e bagno, senza ascensore. Arrivata quasi alla fine del lungo Corso, a Palazzo Raggi, piantò gli occhi in faccia alla guardia di sentinella alla porta. <<La posso aiutare, signora?>> Sparò una bugia: <<Sono Adelina S., sono attesa da Donna Vittoria Leone.>>
Le fecero strada, le presero il documento, le dettero un cartellino giallo che appuntò sul bavero. Un commesso in parrucca bianca e livrea l’accompagnò in silenzio lungo un lungo, difficile percorso di corridoi pieni di quadri e di stucchi che le lasciavano negli occhi l’oro e il rosso. Innumerevoli porte chiuse come il suo cuore si riflettevano sul parquet lucido, la moquette attutiva i passi. A lei sembrò un labirinto ma trovò donna Vittoria, non un minotauro.
La stanza era in penombra, piena di quadri. Donna Vittoria sedeva ad un’ampia scrivania di legno lucido, sgombra di carte, numerosi libri aperti davanti a lei, come per effettuare una ricerca. La conosceva in bianco e nero, aveva lunghi capelli castani lisci, gonfi sulla testa, trattenuti da un fiocco di velluto blu. Una lampada liberty ne illuminava il volto e le mani bianchissime che sottolineavano con una matita il libro. L’abito azzurro, le maniche al gomito con un grosso volant, diversi bracciali sulle braccia candide sul fisico snello la rendevano una fata, una principessa come quelle che Adelina aveva potuto vedere solo sui libri di scuola del figlioletto Mario. Donna Vittoria avvertendone il disagio, il timore, si alzò e andò incontro a quella giovane sfiorita, le porse la mano, semplicemente: <<Buonasera, ci conosciamo? Mi hanno avvertita al citofono del suo arrivo. Il suo nome non mi ricorda nulla, mi scusi… Prego, si accomodi.>> E la condusse ad un salottino poco distante, dove si sedettero una di fronte all’altra.
Aveva l’età di sua madre ma il viso, le mani, il corpo emanavano grande freschezza ed energia. Tante volte aveva ripetuto le parole che le avrebbe voluto rivolgere. Inghiottì, non le riusciva di parlare. L’emozione e il timore di trovarsi davanti alla moglie del Presidente della Repubblica vinceva il coraggio che l’aveva spinta da lei. <<Cara, le posso offrire un bicchiere d’acqua?>>
Le uscirono di getto le parole: <<Sono Adelina S., sono di Sezze, ho trent’anni. Ho fatto poche scuole. Vivo a Roma, sono sposata con un operaio statale e ho un bambino. Questa è la busta paga di mio marito… non ce la faccio più. Faccio sacrifici e rinunce continue. Non spendo una lira per me. Mio marito mi vuole bene e vorrebbe un altro figlio, ma siamo in difficoltà. Avevo un lavoro come cuoca ma l’ho perso, mi hanno promesso di riprendermi, ma dovrò aspettare due anni! Faccio tanti piccoli lavoretti, cucino, faccio pulizie, prendo i bambini da scuola, faccio il bagno ai vecchietti ma i soldi non bastano mai perché abbiamo un mutuo e tolte tutte le spese a volte non arrivo alla fine del mese. Sono disperata.>> Il silenzio di Donna Vittoria la angustiò. <<Sto cercando un altro lavoro ma faccio tanta fatica e soldi poco e niente. In nero. Sono malata perché ho avuto un tumore e mi hanno asportato una parte dello stomaco e dell’intestino. Nemmeno la prostituta posso fare perché sto male. E poi non ci sono proprio tagliata! >> e cominciò a singhiozzare.
<<La prego cara, non pianga. Davvero la busta paga di suo marito è misera! Ha perfettamente ragione. E poi deve crescere un bambino! Ha fatto bene a venire da me. Vediamo cosa posso fare…>> chiamò al citofono e dopo pochi attimi arrivò un uomo alto, vestito elegantemente. <<Caro On. L., questa mia amica di Sezze è in difficoltà. Le serve assolutamente un lavoro che le permetta di riprendere la fiducia verso la vita. E’ una donna in gamba. Puoi aiutarla tu?>>
L’Onorevole come un padre confortò Adelina, ne prese generalità e richieste, promettendole un aiuto concreto nel giro di qualche settimana. Entrambi furono di parola. Dopo aver superato una selezione in una mensa ministeriale, ricominciò a lavorare. Lavava le verdure, le tagliava e le preparava per essere servite in insalata. Era un buon lavoro, onesto, sicuro e ben pagato. Iniziava la mattina presto ed era a casa alle tre. In poco tempo estinsero il mutuo. Mario studiò e molti anni dopo divenne professore. Vissero una vita dignitosa e serena. Oggi Adelina è anziana, ma ricordando Donna Vittoria la benedice per avere accolto le sue necessità.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco