Racconti — 09 Agosto 2019
La Sventola

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Roccagorga, 2 giugno primi anni cinquanta – Zio Cirillo quella mattina si svegliò che il sole era alto. Nel paese era giorno di festa. La sera prima l’aveva passata all’osteria e aveva bevuto come al solito. Sotto le sue finestre quella mattina sarebbe passata la statua di Sant’Erasmo in processione. Come sentì avvicinarsi i suoni della festa si alzò con un salto.

Il figlio Mario, che aiutava in sacrestia come chierichetto, era stato accusato di aver rubato l’oro alla statua di Sant’Erasmo. Il ragazzino faceva tanti servizi per la parrocchia e riceveva in cambio qualche moneta che serviva ad aiutare le magre finanze familiari. Purtroppo insieme alla ricompensa aveva perduto anche l’onore e zio Cirillo se ne vergognava. Erano poveri ma onesti. Sentiva all’osteria, al mercato, in piazza che i compaesani parlavano alle sue spalle come del padre del ladruncolo. In verità il figlio non aveva derubato il Santo ma come dimostrarlo? A niente servivano le spiegazioni e le scuse, tutta la famiglia aveva addosso una “mala infamia”. Erano diversi giorni che Zio Cirillo non trovava lavoro in campagna, nessuno lo voleva più portare a giornata ora che era chiacchierato, era un quarantenne, anziano, tonda la pancia di fame e di osteria, radi i capelli bianchi, fallace di buona volontà nonostante un fisico ancora robusto. Passava le giornate ciondolando in casa e le sere a giocare a carte e ad ubriacarsi all’osteria, rubacchiando i soldi alla povera moglie, Fiorella.

Andò a cercare i vestiti sulla sedia per poter correre in strada incontro alla statua del Santo. La camicia che aveva già indosso, logora e sporca, non aveva più neanche un bottone, così come i pantaloni, ormai sformati e laceri. La leggenda racconta che spartisse le mutande con la moglie perché ne avevano un unico paio. Chi si alzava prima le indossava. Quella mattina le aveva messe Fiorella perché si era alzata che era ancora buio per andare a piedi alla Piana della Rocca per fare il pane e i dolci a casa della commare Annita. Così zio Cirillo dovette per forza accontentarsi di indossare i pantaloni senza mutande. Non aveva più neanche la cinta, dono di nozze, ormai a pezzi, inservibile. Trovò in terra una “liazza” di ginestra che era servita per legare una fascina di legna, se la girò intorno ai pantaloni e la legò sotto la pancia. Infilò le ciabatte e scese in strada facendo i gradini due a due. Il Santo era ormai arrivato sotto casa sua, di fronte alla sua porta. Precedeva la statua il prete e tanti “utteregli”, seguiva il Santo una piccola banda di trombe, flauti e piatti, poi donne e anziani, gli uomini scortavano le loro donne diversi passi indietro, distratti, facendo finta di niente, come se non facessero parte della processione. Quando zio Cirillo arrivò correndo sotto la statua del Santo, si fermarono le giaculatorie e si fece un gran silenzio: “Grazzia, Grazzia, Grazzia Sant’Erasmo bbono e bbeglio, ti li sai ca non te l’ha toto figlimo, gl’oro! GrazziaGrazzia Sant’Erà!!!” Il padre rocchiciano si sbracciava verso il Santo, con gli occhi un po’ alla statua, un po’ al Cielo, come aspettando un segno, un miracolo, una saetta, una parola di scagionamento.

Gli utteregli si divertivano ad aizzargli addosso un povero randagio per sentirlo ‘nghiastemare, ma zio Cirillo non aveva occhi che per il Santo, aveva fermato la processione e più di qualche bizzoca aveva le lacrime agli occhi nel sentire le richieste di pietà e di giustizia di quel povero cristiano sfortunato. Pian piano la banda riprese a suonare, invitando il popolo a riprendere il cammino e a pregare, le pie donne cantavano a tempo coi piatti: “Al Ciel! Al Ciel! Al Ciel!”, Zio Cirillo, che voleva essere accolto e abbracciato dal parroco, riabilitato davanti a tutti, tentò di fermare ancora la processione e continuò a invocare Grazia. Malauguratamente, nello sbracciarsi, si ruppe la ginestra e i pantaloni caddero repentini sulle caviglie del pover’uomo che, nella fretta di tirare su le braghe e coprirsi le vergogne, invece di afferrare i pantaloni, prese la camicia e tornò in piedi scoprendo la pancia e tutto il resto. Le donne fecero finta di coprirsi gli occhi per la cosa impossibile che stava accadendo, il parroco arrabbiatissimo lo spinse indietro, lontano da lui mollandogli una sonora sventola in pieno viso, gli uomini che si erano accostati per osservare meglio la scena risero a squarciagola mentre gli utteregli, a tempo con la banda, cantarono: “Oh, che sve’, che sve’, che sve’, che sventola che c’ha zio Cirillo!”

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Lucia Fusco