Racconti — 11 Gennaio 2020

Milano – Fine Giugno 2000

Gli alberi di tiglio lungo Porta Romana frusciavano, riempendo l’aria tiepida di lanugine soffice, nel tardo pomeriggio il sole era carico e splendente, piacevole. Le donne, colorate di tessuti leggeri, passeggiavano coi cagnolini, podisti e gente in bicicletta sulla pista ciclabile godevano una bella sera estiva. Lucia salutava uno per uno i palazzi intorno a lei, le strade, i bar, i negozi che erano stati suoi per tre anni; aspettava l’ultimo collegio dei docenti il giorno dopo, poi avrebbe lasciato Milano. Aveva lavorato tre anni come insegnante all’Ospedale Gaetano Pini, un’esperienza professionale e umana meravigliosa, unica. Tornava a casa, perché aveva i suoi affetti al Sud, ma si era trovata bene nella città grigia e difficile, aperta e sporca, ricca e povera, cangiante ad ogni angolo di strada. Soleva fare lunghe passeggiate solitarie la domenica, per parchi, chiese e musei, scendeva dalla metro in fermate sconosciute, col treno era stata sui laghi in Svizzera, con una collega calabrese era stata alla festa del Carroccio a Legnano, dove diversi uomini indossavano le corna, vestiti da unni, con le spade di legno, parlando un dialetto impossibile, girava per grandi magazzini e negozi favolosi, senza comprare niente. Era una dark, aveva fatto diverse conoscenze ma le piaceva girare sola, sentirsi libera, tra sorrisi e sguardi di bambini che “sentivano” che era una maestra. Si fermava ad accarezzare i cagnolini. Fare la maestra a bambini in stato di malattia le piaceva, la consolava della lontananza da casa. Organizzava manifestazioni per i piccoli pazienti: attori, proiezioni di film, bande musicali per alleviare il dolore e il pensiero ritornante sulla malattia. Il tempo le passava con levità. Aveva una “classe” piccola piccola, con libri, colori, grandi farfalle di cartone sul soffitto ma andava spesso dai bambini che nei letti non potevano alzarsi. Portava i bambini nell’ufficio informatico dell’ospedale, dove venivano accolti con gentilezza, facevano al pc disegni, ricerche, pensieri che stampavano e lasciavano la sera nella loro bacheca. Non sempre ritrovava gli stessi piccoli, il giorno dopo, erano stati mandati a casa, oppure ricoverati in altri ospedali, ma c’era sempre un piccolo gruppo di malatini a cui dedicarsi e tutti le volevano bene. Lasciando Milano perdeva questo stupendo incarico perché era stata trasferita a Roma, su posto comune, ma bisogna andare dove il cuore ci porta… a casa.

Per quell’ultima sera meneghina, Lucia era stata invitata a cena da un collega gentile che la aspettava insieme alla moglie e il loro magnifico cagnolone sul pianerottolo al quinto piano di una tipica casa popolare di ringhiera, dove gli appartamenti si affacciano su un balcone comune, con le piantine di geranio e basilico, gli stenditoi, due bambini giocavano col micio. Molte porte erano aperte, quella di Leonardo e Sofia invece aveva un piccolo cancelletto di legno perché Pippo sarebbe volentieri uscito fuori per mangiarsi il micio dei vicini. Le saltò subito addosso e le fece grandi feste con una coda nervosa che le sferzò allegramente le gambe, anche lui “sentiva” il suo amore. Leonardo era un maestro quasi arrivato alla pensione, aveva accolto Lucia con spirito di amicizia, ricordando i suoi studi universitari a Roma, dove era stato ospite di una zia “signorina”. La Capitale gli aveva lasciato ricordi intensi. Sofia era carina, qualche anno più giovane del marito, la portò con se’ in cucina dove sul fuoco bolliva un sugo profumato di origano e olive. Mise l’acqua per la pasta e chiacchierarono tranquillamente. I tre amici milanesi sarebbero stati ospiti di Lucia in agosto a Sezze, continuando la loro amicizia. Lucia amava gli animali quasi quanto i bambini, e osservò che Pippo lasciava bave dappertutto. Lo disse a Sofia che non sembrò preoccupata, il cane faceva le bave solo quando era caldo, beveva acqua e poi ciondolava per casa con la lingua di fuori… seminando saliva e bave da tutte le parti. Il pavimento ne era bagnato… Al momento di scolare la pasta i due coniugi andarono in fibrillazione: “Lo faccio io, lo fai tu, lascia stare, non sei capace, no lo faccio io”, un tira e molla che fece cadere a terra la pentola con la pasta bollente. Tra le urla, un po’ divertite, un po’ incavolate Sofia raccolse la pasta e la rimise nella pentola, Leonardo col mocio raccolse l’acqua mentre Pippo leccava allegramente, aiutando nell’azione di asciugatura. Poi, sotto gli occhi gufigni di Lucia, Sofia mise sotto il rubinetto la pasta, la lavò ben bene e la buttò nella padella sfrigolante di sugo profumato. In un attimo furono a tavola. Lucia si trovò sotto il naso la pasta e al suo fianco Pippo che la guardava speranzoso. Improvvisamente si ricordò di avere un impegno urgente, urgentissimo, improrogabile. Doveva andare, no, non poteva restare, doveva subito correre a casa, dove decine, centinaia di cose aspettavano lei, di corsa. Sì, era una cosa maleducata, ma doveva andare, la scusassero tanto tanto. Ciao, ciao, ciao, ciao, ciao! Uscì sul ballatoio, erano scomparsi il micio e i bambini, si rese conto che si era fatto buio, scomparve in un attimo pure lei, scendendo i gradini in un lampo, fino alla pizzeria all’angolo.

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Lucia Fusco