Racconti — 18 gennaio 2017
Mirabili assasini quotidiani

Giornalisti e opinionisti parlano di “prostitute bambine”, di “madri incapaci di educare” e amenità varie. Vorrei sentire parlare di pedofili che molestano e violentano. Politici, clero, intellettuali si adoperano per consolidare una restaurazione del pensiero e dei costumi che per me, “veterofemminista”, è sconcertante; mi fa soffrire, mi fa sentire calpestata, così com’è stata calpestata negli anni Venti la piccola vita di Giuseppina.

Questa storia l’ho sentita raccontare da mio nonno Paolo con gli occhi umidi. Quando lui era un bambino, a Suso ci fu un efferato delitto, coperto per paura e ignoranza da tutta la popolazione. I tempi non sono cambiati. E’ sempre più facile stare dalla parte del potente…

In quegli anni, nell’antico casaletto di Paolo, in via Murolungo a Suso, c’era la scuola pluriclasse, condotta dai maestri Nardacci e De Angelis. Un giorno, il maestro De Angelis avvisò gli alunni di vestirsi nel migliore dei modi possibile, (con gli stracci migliori), di lavarsi e pettinarsi, perché il giorno seguente sarebbe venuto in visita il Direttore Tasciotti e avrebbe fatto loro una fotografia! Questa foto è in casa mia: mio nonno frequentava la seconda classe elementare, il suo ultimo anno di scuola. Indossa una giacca con le toppe, le ciocie ai piedi, è serio e orgoglioso; come lui una quarantina di bambini, maschietti e femminucce insieme, nessuno sorride. Un altro mondo, fatto di rattoppi, cenci, lacci… La piccola Giuseppina, otto anni, figlia unica, indossa un bel foulard bianco. E’ piccola, carina, delicata, ben pettinata. Da lì a poco tempo le sarebbe caduto addosso il mondo, il cielo e non lo sapeva.

Senza presentimenti, arrivò per lei un brutto, terribile giorno. Mentre il papà lavorava nell’orto di casa, la bambina pascolava la capra alle pendici del Monte Nero. Erano lontani ma potevano vedersi: il papà, zappando, la controllava con un rapido sguardo, e ogni tanto si salutavano con il braccio alzato. All’improvviso, l’uomo sentì delle urla acutissime e non vide più in lontananza l’esile figura bambina di Giuseppina. Cominciò a correre impazzito e in pochi minuti raggiunse il pascolo.

Incontrò un brutto ceffo che fuggiva. Lo riconobbe, ma non lo inseguì: la bambina giaceva a terra, le vesti stracciate. Il sangue le lordava le gambe, la pancia, le mani, il piccolo volto. La raccolse tra le braccia e insieme piansero e urlarono di paura di rabbia e di dolore.

Paolo arrivò al pascolo con la mucca, lì vicino. Sentì il pianto accorato e le grida, corse verso di loro, e i suoi occhi fanciulli furono feriti alla vista di Giuseppina in braccio al papà, entrambi coperti di sangue: ne rimase sconvolto, tanto che, ormai vecchio, continuava a ricordare questa storia con infinito dispiacere.

Il padre non andò dai carabinieri. Paura, vergogna e ignoranza gl’impedivano di cercare Giustizia. Pensava di potersi vendicare dell’atto disumano che la bambina e la famigliola tutta avevano dovuto subire. Ma il dolore lo soverchiava così potentemente che morì di crepacuore pochi giorni appresso alla violenza, lasciando Giuseppina e la mamma da sole, senza Giustizia, senza vendetta, senza futuro.

La brutalità dell’atto aveva ucciso la purezza della bambina e uccise il padre, buono e semplice; la mamma restò a combattere da sola la lotta per la sopravvivenza, lavando per pochi “bocchi” i panni dei vicini alle fontane. Giuseppina non frequentò più la scuola, coperta di “vergogna” e di “colpa”. Passarono pochi anni, morì la mamma, e Giuseppina, ancora piccola, restò sola.

L’unica strada che le fu permesso di percorrere per sopravvivere, in quella società arcaica e crudele, fu quella della prostituzione. Era impensabile che una bambina stuprata potesse diventare una donna da sposare e formare una famiglia. Approfittarono così di lei, povera ragazzina miserabile, continuando a violentarla, per anni, centinaia di persone senza pietà, senza giudizio, senz’anima.

Ma Dio posò dolorosamente il Suo sguardo su di lei. Negli anni seguenti Giuseppina divenne madre di due figli: Augusto e Gina. Giuseppina li crebbe e li amò come un dono del Cielo, li educò a pane e scuola. Furono la sua forza e il motivo per continuare a vivere, in mezzo al deserto di quella gente senza cuore.

Giuseppina morì giovane, a nemmeno sessant’anni, dopo aver subito una vita di violenze e di squallore, lasciando però ai figli il dono della misericordia, dell’amore e dell’accoglienza.

E il bruto, il brutto ceffo? La gente aveva paura di lui perché era un mafiosetto, un prepotente, un piccolo potente, perciò tutti finsero di non sapere ciò che aveva fatto all’innocente Giuseppina. Quel delinquente rimase libero, si sposò, ebbe figli. Tutta la sua generazione, ancora oggi, è tarata dal marchio della violenza, dell’arroganza, della deformità fisica e morale.

Ogni giorno sentiamo nuove storie di violenza sulle donne di tutte le età. In famiglia, per strada, sul lavoro, a scuola. Occorrerebbe un mondo umano, un mondo di persone adulte, sagge, oneste, civili. Invece uomini adulti frequentano “prostitute bambine”, uccidono moralmente e fisicamente le donne che li amano, con le parole, l’indifferenza, i coltelli. L’odio trasuda nella pubblicità, nella moda, nei modelli “femminili”. Non ce la faccio scusate. Perché non si riesce a vivere una relazione, una sessualità più umana, meno brutale? Perché non si riesce a considerare gli altri persone con emozioni, sentimenti e non merce, corpi da usare? Non esiste il rispetto verso se’ stessi e gli altri? Non ci sono alternative a una sessualità malata ma travestita da normalità? Per amore e per rispetto verso Giuseppina e le bambine di ieri e di oggi ho raccontato questa vecchia storia. Buon Anno.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco