Racconti — 07 marzo 2017
Miserabili assassini quotidiani (parte 2)

SOLITUDINI : Tardissimo una telefonata. Un’amica del passato mi ha sorpreso. Via via che l’ascoltavo mi ha dato dolore. La voce tradiva emozioni disperate, rabbiose. Il suo unico figlio, laureato da qualche anno, arreso alla mancanza di lavoro ha scelto l’emigrazione. A quasi trent’anni è doloroso non poter contare sulle proprie forze. Ha rotto con la fidanzata “storica”, il rapporto che, senza futuro, si era deteriorato. In un mondo dove conta “il merito”, “l’eccellenza”, non c’è posto per i normo-dotati. Non c’è futuro per un uomo che si è laureato a 26 anni, senza lode, ne’ bacio accademico. Lavora a Francoforte, come operaio in un hotel di lusso. Quanti bocconi amari: laureato, emigrante, italiano… nel bene e nel male. La mia amica prega ogni giorno che ritorni. Esce nel giardino in letargo, e guarda sperando in una ricomparsa improbabile.

Miserabili – Seconda parte

Giuseppina, la bambina violentata e poi prostituta, nonostante una vita di violenze, crebbe i suoi figli con sacrificio e dignità. La sua vita era fragile come lo stelo di un fiore calpestato e morì un giorno d’inverno, lasciando i figli appena adulti. Era il 1948, appena finita la guerra. Il maschio partì per l’America. A Suso, nello scendì, rimase la giovane figlia Gina, orfana di Giuseppina, con il marito Paolo, ciabattino, e due bambini piccoli, il terzo morto alla nascita. Paolo aveva sposato Gina, una ragazza buona, onesta e bravissima, che era figlia di Giuseppina, povera e prostituta, per amore vero, nonostante il parere contrario di tutta la sua famiglia. Non avevano niente contro Gina, ma Giuseppina! Tutti i familiari li tenevano lontani.

Per aiutare i magri guadagni di Paolo, Gina fece la balia a una bambina che aveva in affido dal brefotrofio. La bambina in affido una mamma l’aveva: una signora, ogni due mesi, arrivava con una macchina di lusso, nera, con l’autista. Mia mamma, che aveva sei anni, ricorda una donna bella, ben vestita, con cappellino e veletta. Era gentile: dava un biscotto a tutti i bambini, in parata davanti a lei, affatati da questa creatura tanto diversa dalle loro madri. Insieme col biscotto donava la raccomandazione di non far cadere la sua bimba quando la tenevano in braccio. All’età di due anni la bambina lasciò Gina e tornò con la madre. I bambini, senza più “bambola” ne’ biscotto, piansero molto.

La giovane balia intanto attendeva di nuovo un figlio. Lavoro non c’era e i giovani della Lepinia partivano per terre straniere. Anche il marito di Gina, senza lavoro, partì per il Belgio, per andare in miniera. Mia mamma ricorda che alla Crocetta, ogni mattina, erano scene di disperazione, si sentiva piangere e gridare anche da lontano, perché la corriera portava via il fiore della gioventù alla ricerca di pane e fortuna. Lasciavano deserte le case, le terre, le donne. Anche Gina supplicò il marito di non partire, ma il destino è più forte delle lacrime, e Paolo partì promettendo di tornare presto… e ricco.

Gina rimase ad accudire alla casupola e ai bambini mentre la pancia cresceva; la bimba più piccola ebbe la febbre e si recò in paese in farmacia, a piedi. Le strade erano brecciate e la donna, col pancione, cadde malamente e si fratturò entrambe le braccia. Fu ingessata con le braccia in croce, attaccate al busto, lasciando libere solo le mani e la pancia…

Fu un altro dramma. Povera, orfana, sola, col marito lontano. Le vicine, tra cui mia bisnonna Filomena, ne conoscevano il bisogno e la bontà così la aiutavano con i bambini. Lei arrivava in casa di Filomena, la mattina, portando il pettine in bocca, perché le pettinassero le due lunghe trecce nere.

Il freddo scemava e Gina sopportava con fatica le braccia ingessate, la mancanza di notizie, i bambini con le loro necessità, l’inattività forzata, la pietà di chi le voleva bene. Sotto la pergola di Filomena, mentre i bambini giocavano, Gina guardando lontano verso la Crocetta disse: <<Za’ Me’, quiglio ca viè dalla costarella e cammina tongo tongo, pare Paoluccio me’!>> Filomena osservò :<<Non pare Paoluccio, Gì, è Paoluccio te’>>.

Con tutta la pancia, la sorpresa, il gesso, il dispiacere, fece un balzo, correndo raggiunse lo sposo in un attimo, e non potendosi attaccare al collo tra le lacrime e i baci strillò: <<Ohi Pauluccio, si raddutto! Cetto! Come facemo mo’??>

Paolo buttò la valigia per terra: <<Che ti si fatta, Gì? Accom’ha suceso? Ti si ruinata!>>

Le vicine li raggiunsero. Paolo abbracciava Gina e gemevano. I piccoli susaroli, impauriti, piansero in braccio alle madri.

Il caffè non si usava, ma in casa di Filomena Paolo fu rifocillato. Raccontò che tutte le mattine si era presentato per scendere nell’ascensore che lo avrebbe portato giù nella miniera ma non ce la faceva mai e si sentiva morire… Gli faceva paura tutto il nero, i rumori metallici, l’odore di sporco, le facce rassegnate ed esauste dei minatori del turno che staccava, il senso di freddo e di morte che sentiva venire dalla viscere della Terra. Tentava, si preparava per il lavoro ma non riusciva ad entrare nel tunnel buio e alla fine lo avevano cacciato e costretto al rimpatrio. Piansero tutti a quelle parole, mia mamma ricorda le lacrime che scendevano dagli occhi di Paolo e si asciuga le sue.

Paolo promise a Gina, davanti a tutta quella piccola folla di miserabili, che avrebbe lavorato, giorno e notte, ma che più mai avrebbe lasciato la sua terra, la sua casina, la moglie, i figli!

Così fu. Paolo cominciò a lavorare a giornata, prima saltuariamente, ma dandosi da fare ogni giorno di più per sopravvivere. Intanto l’Italia tutta, grazie al piano Marshall e all’operosità del popolo, cominciò faticosamente a uscire dalla miseria e a casa di Paolo e Gina il pane non mancò più. Nacque la terza bambina, sana e bella. Fu chiamata Giuseppina.

Nel 1960 la famiglia lasciò Suso per andare a vivere vicino al mare. I figli di Gina sono ormai anziani, e forse ignorano la storia della loro sfortunata nonna Giuseppina. Mia mamma vorrebbe molto ricontrarli, perché li ha molto amati, da bambina.

Ho cambiato i nomi dei personaggi di questa vicenda perché nessuno possa sentirsi dispiaciuto. Occorre prendere coscienza che siamo responsabili delle azioni che compiamo e che hanno conseguenze gravi e dolorose anche sulle vite delle generazioni future. Prego perchè i Signori delle Banche siano illuminati e smettano di fare scelte scellerate ed egoiste che portano i nostri giovani a scelte di d’emigrazione, di sofferenza e di solitudine. Prego anche per Giuseppina, perché tutte le donne del mondo ottengano rispetto e dignità.

Lucia Fusco.

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Lucia Fusco