Racconti — 21 settembre 2018
Pane, olive e fiori

1947 e dintorni – Due guerre mondiali, la febbre spagnola, la crisi economica, la campagna d’Africa avevano reso i poveri di sempre miserabili. Nel primo dopoguerra le famiglie contadine non avevano denaro e per pagare la manodoperaerano costrette a far lavorare i propri figli bambini, i nipoti, i figli dei vicini. Si aiutavano tra loro per sopravvivere scambiandosi i frutti della fatica. Si prestavano “le veci” di famiglia in famiglia e tutti i bambini, maschi e femmine, lavoravano durante la bella stagione. Finiti i giorni della scuola, intere famiglie con diversi bambini “in prestito” partivano a piedi a piedi da Sezze, da Suso, dai paesi vicini, alle due di notte; camminando attenti per non farsi male perché le strade erano buie e sconnesse, verso la campagna sottostante.

Col carretto gli adulti andavano a prendere l’acqua vicino al lago delle Mole dove c’era una sorgente. Riempivano dei fusti di ferro e poi i piccoli, con un barattolo di conserva, distribuivano l’acqua alle piantine; pulivano la terra da piante parassite e dai sassi, con le manine raccoglievano fagioli e pomodori, a seconda delle necessità. Imparavano in fretta e nessuno faceva i capricci;verso mezzogiorno, quando il sole era alto e l’aria scottava, perché non c’era orologio, veniva distribuito loro pane, cipolla e olive che mangiavano sotto gli alberi o riparandosi sotto il carretto, bevendo l’acqua alla fossella.

Ai primi tepori estivi le mamme scucivano le maniche alle maglie di lana, perché pochi avevano vestiti diversi o più leggeri, poi ad ottobre le riattaccavano, spesso prolungando i polsini con il lavoro ai ferri perché i bambini erano cresciuti e le braccia si erano fatte più lunghe. Con quella maglia i bambini passavano molte stagioni, lavandola e rindossandola quotidianamente.

Anche Pierina col fratello maggiore Antonio andavano in campagna insieme ai cuginetti e agli amichetti tutti i giorni. Con la luna scendevano da via Murolungoper la Petra Cupa e poi per Via della Pace quando lavoravano a Portatura, alla Mortola, alle Canalelle; quando invece si recavano sulle terre della zona Cesarini scendevano dalle colline di Via Sorana raggiungendo Case Rosse. Al ritorno, Virgilio, il bambino più piccolo e delicato del gruppo, piangeva per la stanchezza e tornava a casa sempre con grande fatica e difficoltà perché era delicato e non stava bene. Gli altri invece trovavano, grazie alla spensieratezza dell’infanzia, dopo una giornata di lavoro, ancora le forze per qualche canto, uno scherzo, un gioco.

Salendo per il tratturo che dalle colline delle Quartara li riportava a Suso, le bambine raccoglievano fiori di campo per ornare la croce bianca sulla lapide di marmo a ricordo dell’uccisione di Ernesto Zaccheo. Diversi adulti raccontavano ogni volta la storia ai bambini che ascoltavano sempre con spavento la stessa vicenda:nel punto dove si trovava la croce era morta una brava persona, un lavoratore onesto, un contadino benestante di Sezze che, pochi anni prima, al tempo della guerra, scendendo verso le sue terre a Ceriara, aveva scorto a distanza una pattuglia di soldati tedeschi che perlustravano la montagna. Per timore e precauzione, aveva deciso di tornare indietro, era sceso da cavallo cercando di riguadagnare la salita per evitare l’incontro. Un cecchino vigliacco però lo aveva visto e lo aveva freddato sparandogli alle spalle. Lasciò nel dolore la moglie e due figli piccoli. Sul luogo dell’assassinio di quell’innocente i familiari posero a ricordo una lapide. Dopo aver deposto velocemente i fiori i bambini riprendevano il cammino recitando l’Eterno Riposo e poi, fatti pochi passi, l’infanzia li invitava nuovamente a sorridere e a giocare.

Tornati a casa le mamme lavavano via dalla faccia e dalla mani la polvere e il sudore con uno straccio umido e poi cenavano: una minestra di verdure, le laccane coi fagioli, pasta e patate…

Alla domenica adulti e bambini riposavano. La nonna Filomena, una guerriera vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento, radunava di mattino presto tutti i bambini di via Murolungo e li conduceva, sempre a piedi, a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie ai Zoccolanti, al Cimitero. Don Armando, il parroco, salutava con rispetto e deferenza l’anziana vedova perché ogni settimana lei ordinava almeno una messa per il caro figlio soldato Cesare Mele, offerto come Prezioso Olocausto alla Patria durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la messa i bambini seguivano la nonna sulla tomba dello zio Cesare per una veloce preghiera e poi mentre la vecchietta faceva il giro dei suoi cari morti, li lasciava liberi qualche minuto.

Ebbri di libertà i bambini spostavano da una tomba all’altra,ridacchiando e correndo per tutta quella terra santa, vasi, fiori, corone, scope e comodi per l’acqua. Poi ritrovavano la nonna che li attendeva, ignara delle loro piccole malefatte, al grande cancello monumentale. Offriva un gelato d’estate o un cachì d’inverno ad ognuno di loro. Tornavano a casa contenti, galoppandocol cavallo di San Francesco avanti e indietro, per la strada fino alla Crocetta, tra le bonarie ‘nghiasteme della nonnetta.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco