Musica — 31 Gennaio 2019
PFM, il potere agli strumenti

La PFM (Premiata Forneria Marconi) nasce nell’ottobre del 1970,formata per volere dei discografici della Numero Uno,mitica etichetta italiana; l’intento era quello di far conoscere il progressive in Italia e per questo i dirigenti della casa discografica si rivolsero ad alcuni artisti che avevano sotto contratto (tra tutti Franz Di Cioccio,batterista storico dei primi dischi di Lucio Battisti).
La band si impratichisce con i grandi successi prog del momento,su tutti i King Crimson che avevano da poco pubblicato il loro capolavoro “In the court of the Crimson King”: la PFM si presenta così al pubblico dei suoi primi concerti.
La band raggiunge la notorietà nel 1971,quando vince,grazie al singolo “La Carrozza Di Hans”,il “festival di avanguardia e nuove tendenze” di Viareggio.
Si arriva così all’uscita del primo album,”Storia Di Un Minuto”.

Il primo album della band milanese (anzi di “trapiantati a Milano”,come dice l’abruzzese Di Cioccio),inizia con la soave “Introduzione”,che ricalca il modello del prog inglese,con melodia di chitarra e la voce di Mussida,il pezzo poi parte ed è un crescendo di emozioni: in verità siamo solo all’apertura del loro primo hit: “Impressioni Di Settembre”.
Canzone dal testo bucolico e intimista,cantata dal duo Pagani-Mussida (la Pfm avrà solo un cantante “vero”,Bernardo Lanzetti nei dischi di fine anni 70),è il più grande successo della Pfm,in cui per la prima volta viene lanciato in Italia il magico suono del primo synthgrazie all’ottimo lavoro di Flavio Premoli.

Forte di un grande ritornello vocale e di una orecchiabile base strumentale sarà per sempre uno dei classici del gruppo.
L’ascolto prosegue con “E’ Festa”,sintesi quasi totalmente strumentale tra tarantella,salterello e la nuova musica proveniente dalla terra di Albione. Folk-Rock con grande lavoro di Di Cioccio.
Come dimenticare “Dove… Quando…”? Il brano in questione è diviso in due parti: nella prima troviamo un accompagnamento baroccheggiante fatto di mandoloncello e flauti,con la voce di Mussida,per un pezzo che risulta molto triste e riflessivo. Nella seconda parte,tenendo sempre come tema base il motivo della prima,si passa ad un acid jazz molto spinto di grande fattura tecnica (tecnicamente parlando è il punto più alto dell’intero album).
Si continua con “La Carrozza Di Hans”; anche qui si ritorna nel medievaleggiante e nel fiabesco per un brano che è in continua evoluzione tra stile acustico ed elettrico-moderno e che richiama le strutture già ascoltate e sperimentate dell’opera principale dei King Crimson “In The Court Of The Crimson King”.
L’opera della Premiata si chiude poi con “Grazie Davvero”,forse l’unico brano sottotono in tanto splendore.

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Matteo Fraccarolo