Racconti — 13 giugno 2018
Pupe, Bulli e Chiodi

1950 – Suso- L’aria di maggio era profumata, fresca e piovosa. Nella mattinata un forte temporale aveva allagato le strade ai Zoccolanti. All’uscita della scuola Pastena-Valletta a via Roccagorga le acque ruscellavano copiose nei fossi, e i bambini si abbandonavano a giochi e chiacchiere dopo la lunga mattinata scolastica. A causa della pioggia il maestro aveva esentato tutta la pluriclasse dal giro in giardino, in fila per due e al passo, al canto di Fratelli d’Italia, e avevano studiato i verbi rimediando lodi e scappellotti. Era una classe numerosa, avevano età molto diverse, dalla prima alla quinta, e tutti s’impegnavano contemporaneamente mantenendo educazione e obbedienza per lunghe ore.

L’uomo camminava sulla stradina bianca che conduceva a casa di Paoluccio. Erba alta, calle e carciofi infiocchettavano il giardino. Il padrone di casa, sotto la pergola di uva fragola, si godeva il calore del dopopranzo. Era indeciso tra un riposino o una passeggiata alle cerce dietro casa. I bambini erano stranamente tranquilli e silenziosi. Erano tornati da scuola mogi e avevano mangiato in silenzio la grossa fetta di pane e olive che la nonna Filomena aveva riservato loro per pranzo. Paoluccio osservò l’uomo che a piedi a piedi sotto il sole caldo del dopopranzo era giunto a un passo da lui. Lo seguiva un ragazzino coetaneo del suo, Antonio. Aveva il capo fasciato dalle bende e teneva la faccia scura e bassa.

<<Bongiorno. Scusa non te stongo a riconosce.>>

<<Chiama Lidia, essa lo sa chi songo. Canosce bene mogliema.>>

Lidia uscì subito. Aveva rigovernato la cucina e stava preparando il pastone per le galline. Pierina e Antonio la seguirono. Infine la piccola Silvia in braccio alla nonna.

<<Ohi Arquilio! Accome mai ve’ adecco? Ha sucesso caccosa a madrema ‘n cima agli monte?>>

<<Ringrazziando Ddio stao tucchi beno. Vicini e parenchi. So venuto adecco perché uoi figlimo ha ‘ncontrato la delinquenzia ca lo voleva accide! C’hao ‘nfilato ‘no chiovo ‘n capo co’ ‘na tavuletta de legno. Semo dovuti i’ agli spedalo de corsa! E mo vu dovete paga’ le spese!>>

Lidia si girò lentamente verso Antonio con gli occhi fiammeggianti. Il figlio le fece ‘nzinga di no con la testa: “non c’entro, non sono stato io”

<<Nun ha stato figlimo.>>

Sotto alla pergola s’erano radunati i ragazzini del vicinato, compagni di scuola di Antonio e Pierina, e le madri.

<<Ha stata figlita, Pierina! Delinquenta, ca la pozzino arde! Ha stata essa a menà a sto’ poro figlio meo. Ci uolo i carabbigneri pe ti’. Disgrazziata! Vie’ adecco ca te voglio accide. >>

La bambina piangeva, spaventata. Aveva capito subito all’uscita di scuola, quando era successo tutto, che questa storia le avrebbe portato problemi e conseguenze. Forse le botte. Per cui era tornata a casa in silenzio. Il lieto raccontare che faceva ogni giorno con la nonna e la mamma era mancato, infatti era suonato sospetto alla famiglia.

<<Pierì, – tuonò il padre – che sta’ a dice Arquilio? Si’ stata addauero tu? ‘N ci posso crede… Pierì ca suceso? Ma figlima è piccola piccola com’ha fatto a menà in capo a figlito che te’deci agni e è alto e longo, compa’?>>

<<E’ vero, sono stata io!>> Singhiozzò Pierina che non potè continuare la sua confessione perché i compagni di scuola le si strinsero e cominciarono a raccontare al suo posto in modo concitato, uno dopo l’altro. Una frase conseguente all’altra, precisa: mentre i più “gruscicegli” s’erano fermati a giocare a lippa, le cinque femminucce più piccole, tra cui Pierina, si erano attardate fuori sul viale della scuola. Avevano tracciato la campana con una tavoletta trovata tra le siepi, aveva un chiodo ad un’estremità e afferrandola dalla parte sicura avevano segnato le linee. Mentre erano tutte intente a giocare si era avvicinato il figlio di Arquilio, un bel ragazzino irrequieto e sempre nervoso. Senza alcun motivo aveva afferrato la cartella di Pierina buttandola nel fosso pieno d’acqua. Un altro bambino che aveva visto la scena si era prodigato per recuperare subito la cartella che, in pochi istanti, s’era impregnata d’acqua. Anche lui si era bagnato dalla testa ai piedi. La cartella di cartone si era aperta, libri e quaderni zuppi ma salvi, invece le matite erano state portate via dalla corrente del ruscello e nonostante gli sforzi non avevano potuto recuperarle. Allora Pierina, quando aveva compreso di aver perso le sue matite si era girata verso il monello e senza proferire parola gli aveva tirato la tavoletta infilandogli il chiodo nella testa. Il ragazzino era fuggito strillando con la tavoletta e le mani in testa.

Arquilio aveva ascoltato le vocine concitate e sincere. Si girò verso il figlio e gli disse: <<Buciardo, si ito tu a sfastidià le femmene! E pure quelle più piccole de ti’ ca ti cridi ca ‘n se sao defenne. Si proprio nu babbao e nu prepotente. M’hai portato dagli monte Pilorci fino adecco pe’ famme sentì ca si’ nu sumaro! Cetto uoi t’accido! >>

<<Pierì, hai fatto male – disse con voce alta e ferma la mamma – ‘n ci doueui menà. Pe’ dà le punizzioni ce stao i maestro e i ggenitori.>>

<<Io stauo a giocà a campana co’ le amiche me’. Isso ha uenuto e m’ha fatto sto dispetto ma i’ ‘n c’aueuo fatto gnente. Ma’, l’acqua s’ha portata le matite mee. Le so perse. C’avevo paura ca tu e papà me menavate pe quesso. ‘N ci so’ uisto più e c’ho tirato la tauoletta ‘n capo. Nun me so ricordata ca ce staua i chiouo!>>

<<Scusate tanto brava ggente se ve so’ disturbato.>>

<<Ma su! So cose de mammocci. Assidete adecco co mi, ca Lidia ce porta nu bicchiero di uino frisco e du’ faue. T’aricrii e te passano i mali penzieri!>>

Arquilio bevve il vino come fosse un calumet della pace ma aveva fretta di tornare a casa per punire ben bene il suo pargolo che non era riuscito a dire una sola parola in tutta la babilonia di verità. Il padre lo aiutò nella lunga strada fino a casa con calci ben diretti nel sedere, con parole, minacce e promesse di frustate. Per lunghi giorni non tornò a scuola, un po’ per la febbre, un po’ per la vergogna.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco