Miti e Leggende — 25 Giugno 2020
Sigfrido e il Drago, tra mito e opera

Questo mese viene dedicato alla storia narrata da Richard Wagner nel suo Oro del Reno. L’opera (il titolo originale è Das Rheingold), composta tra il 1853 e il 1854 e messa in scena al Teatro Nazionale di Monaco di Baviera, è la prima della tetralogia dell’Anello del Nibelungo, la quale prende ispirazione dall’ antica Edda e dal Nibelungenlied.

La storia narra che il Nano Alberico ruba l’oro del Reno alle figlie del Reno e con una parte di esso forgia un anello magico che conferisce a chi lo indossa dei poteri soprannaturali. I due giganti Fasolt e Fafner hanno costruito per Wotan la città di Walalla e ora chiedono la ricompensa che spetta loro e che si sono onestamente meritata: la dea Freia. Ma adesso Wotan non vuole più saperne, perché gli dei, senza i pomi della giovinezza custoditi da Freia sono sottomessi agli anziani. E chi può volere una cosa del genere! Perciò negoziano con i giganti e dopo un lungo tira e molla questi accettano di scambiare l’affascinante dea con il tesoro dei Nibelunghi. Con astuzia e malvagità, gli dei si procurano il tesoro di Alberico e in cambio pretendono la restituzione di Freia. I giganti però insistono che nello scambio la dea deve essere completamente ricoperta d’oro. Quando i suoi capelli spuntano ancora dal mucchio d’oro, gli dei aggiungono a denti stretti l’elmo magico di Alberico. E quando Fasolt dice che spunta ancora un occhio, occorre aggiungere anche l’anello dei Nibelunghi. Solo allora i giganti sono soddisfatti e Freia può andare. Subito dopo però, tra Fasolt e Fafner scoppia una lite perché non riescono a mettersi d’accordo su come dividersi il tesoro e Fasolt viene ucciso dal fratello. Ma perché nessuno possa insidiargli il suo oro, Fafner (ma non in quest’opera!) senza starci a pensare troppo si trasforma in un Drago, proprio quel Drago contro cui combatterà Sigfrido.

Sigfrido era figlio di un re olandese, un giovane impetuoso che faceva arrabbiare moltissimo il padre e che alla fine se ne partì per cercare di vivere qualche avventura nel mondo. Per prima cosa arrivò da un fabbro che lo ospitò e lo prese a lavorare con se. Ma quando Sigfrido con la sua forza sovrumana conficcò l’incudine al suolo e dopo un paio di schiaffi, bastonò perfino il padrone, il fabbro pensò a come potesse liberarsi in fretta e definitivamente di lui. Così il giorno dopo lo mandò nel bosco a prendere carbone dal carbonaio, ben sapendo che là viveva un Drago terribile. Ma Sigfrido, quando vide il Drago venirgli incontro con la bocca spalancata, non fece che sradicare un albero e scagliarlo contro il mostro, che si imbrogliò irrimediabilmente con le gambe e la coda. L’eroe raccolse qualche altro albero, li accatastò sopra il Drago e quindi andò dal carbonaio a prendere il fuoco. Così poté accendere la pira; alberi e Drago si ridussero in cenere. Il grasso dell’animale colò come un torrentello sotto la catasta fumante e dove si raffreddava si solidificava come un corno. Quando Sigfrido vide tutto ciò, si spogliò velocemente e si cosparse accuratamente il corpo di grasso. Così divenne invulnerabile anche senza armatura e dato che era coperto di corna successivamente fu conosciuto come Sigfrido “il cornuto”. Tuttavia, su due punti delle spalle che non era riuscito a raggiungere con le mani la pelle gli rimase tenera come era prima …

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Autore dell'articolo

Cristina Villanova
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