Racconti — 16 Marzo 2020

A cinquant’anni suonati il sor Virgilio era ancora un bell’uomo: una corona di denti grossi e dritti, gli occhi azzurri e piccoli, i capelli lisci lunghi alla nuca,un fisico sottile ed atletico. Dopo aver lavorato tutta la mattina in ufficio, al centro del paese, all’ora di pranzo non tornava a casa dove moglie e figli lo tormentavano con le loro necessità. I compiti da svolgere, dieci lire per un libro o un quaderno, recarsi in visita a qualche anziano vicino, le lamentele e le chiacchiere della consorte da ascoltare e riascoltare. Così il sor Virgilio, piccolo ma benestante travet, chiuso l’ufficio, all’ora del pranzo, si recava nella sua tenuta in campagna, a venti minuti di cammino a cavallo, dove erano vissuti i nonni e dove, insieme ai genitori e alle sorelle, aveva passato le estati del suo tempo bambino. Ogni giorno si preparava in beata solitudine un pranzetto semplice ma gustoso nella grande cucina antica, tra pentole di rame impolverate alle pareti, battilardo, vecchi coltelli che non tagliavano più. Mezza pagnotta di pane, tre uova o due salsicce, carciofini sott’olio, olive, cipolla, vino bianco. In silenzio, senza scocciature. Riposava al fuoco del grande camino e in giardino nei mesi estivi. Leggeva, studiava, girava per la tenuta, strigliava il fedele baio, raccoglieva la legna e la frutta, accarezzava i cani. Non si era mai interessato alla caccia, non gli piacevano gli spari, i fucili, il disordine, uccidere. Non amava nemmeno la politica. Non capiva come facevano alcuni ad appassionarsene. Prima c’erano stati i fascisti in camicia nera, che in cuor suo giudicava volgari e gradassi, ora a guerra finita erano “cicciati” democratici e comunisti. Non ne coglieva la differenza, gli sembravano tutti uguali, chiacchieroni, cafoni e si dedicava alla sua grande passione, le femmine: piccolotte e pedicone, neccie e panciacche, giovani, giovanissime e ragazzine…

“Sor Virgilio! Che stai angora quane?”

“Buongiorno Angeluccia. Cosa vuoi? La solita fascina di legna?”

“Sì, ca me serve la lena! Sto a fa’ lu forno e non s’appiccia! Ma tu lo sai… io non tengo le cinquanta lire…”

“Angelu’, tu lo sai che siamo buoni amici: vieni dentro che ci mettiamo d’accordo!”

La conduceva in cucina, certo non in camera da letto, ne’ nel salone. Quelle donne del popolo non erano mai pulite. Non era colpa loro perché avevano solo mezzo bacile d’acqua, il sapone non c’era, si lavavano con la lisciva. Anche le vesti avevano un odore aspro, di sudore. Ma questo gli piaceva, così vere, concrete, reali, così diverse dalle donne della sua classe sociale, distaccate, lontane, perfettine, interessate solo a se’ stesse, pur se pulite e profumate. Dopo qualche minuto erano entrambi soddisfatti. C’è da dire che Angeluccia, ‘Ntogna, Rosetta, Nunziata, ‘Ucusta, Rachela, Menica e le altre vicine non erano dispiaciute dallo scambio con il sor Virgilio. A differenza dei loro mariti lui non puzzava di vino, era pulito, era gentile, anche se non sempre generoso nell’amore. Così tutti i giorni sor Virgilio riceveva una visita. Congedò Angeluccia con una carezza: “Grazzie, sor Virgilio, ce vedimo!”

Un giorno di mercato le vicine ebbero modo di ascoltare il comizio di una sindacalista. Sul palco della piazze parlava senza curarsi delle occhiate maligne dei paesani maschi. La CGIL l’aveva mandata da Roma per sensibilizzare le donne e farle “compagne”. Spiegò che anche le donne dovevano interessarsi di politica perché erano cittadine della Repubblica. Dovevano costruire un mondo di pace, di lavoro e giustizia sociale per il bene loro e per i figli. Parlò dell’importanza dell’istruzione. A tutte piacque quella signora che diceva parole a volte incomprensibili ma belle. Quando scese dal palco le confidarono sottovoce la loro miseria, dei figli che chiedevano la paniccia e non ce n’era mai abbastanza per sfamarli, delle loro casupole, degli stracci per vestiti. Poi parlarono di sor Virgilio: un amico, una persona buona che, in cambio di un po’ d’amore dava una fascina di legna che risolveva a volte la situazione familiare e le salvava dalle botte di qualche marito che all’osteria lasciava soldi e gentilezza…

La sindacalista spalancò gli occhi: lontani ancora i tempi della legge Merlin! “Signore, ma la vostra è prostituzione! Quest’uomo si approfitta anche delle più giovani tra voi! Una fascina di legna vale 50 lire, voi vi dovete far dare almeno 1000 lire! Così non regalerete per niente il vostro corpo alla razza padrona!”

E fu così che sor Virgilio cominciò ad odiare i comunisti. Gli avevano “rovinato la piazza”. Da quel giorno restò a bocca asciutta e le vicine andarono per le campagne a raccogliere rametti e ramoscelli caduti, così da non chiedere nulla al Sor Virgilio che, offeso, non le salutava più quando le incrociava, loro a piedi a piedi e lui a cavallo del baio.

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Lucia Fusco