Racconti — 06 dicembre 2017
Storia di Fausta

1955 – Fausta e Vittorio abitavano a Piscinara, vicini di podere, venivano da famiglie oneste, lavoratrici e molto povere. Lei sezzese, lui cispatano. L’amore giovane e vero aveva unito due famiglie intere. Andati a scuola poco e male, cresciuti a pane e miseria. Piccolina, delicata, bionda, Fausta sembrava “figlia di signori”, lui era un bel giovanotto moro. L’amore per anni fu denso di sguardi e segni segreti, poi s’erano sposati una bella domenica d’ottobre. Avevano fatto festa offrendo a tutti un bicchiere di vino novello e un piatto di “laccane coi fasoli” sul piazzale di casa, tra fango e galline. Fausta era la prima delle sorelle che si sposava.

Il podere rendeva bene ma era quasi niente perché erano in troppi. Dormivano uno sull’altro, chi si alzava prima si vestiva meglio. A tavola, sulle poche sedie,  si sedevano solo il babbo, gli zii e il nonno, i giovani consumavano il pasto trovando posto sulla pietra del focolare, su una panca, sul gradino. La mamma e le zie mangiavano quasi sempre in piedi per servire gli uomini. D’estate andava meglio perché i ragazzini potevano giocare in cortile di sera, dopo aver aiutato i grandi tutto il giorno. Anziani, fratelli, sorelle, cugini… I due sposi, come tutti, riposavano su un pagliericcio di foglie di tutero, in una grande stanza dove la privacy era protetta solo da coperte a fare da paratia. Desiderosi di migliorare la loro condizione, subito dopo la festa dei morti, emigrarono in Venezuela dove si diceva che avrebbero trovato spazio e lavoro. Il viaggio in bastimento costò tutti i loro risparmi; fu molto lungo e duro. In Venezuela la politica liberista dell’epoca fece sì che fosse assegnato loro un grosso appezzamento di terreno desertico. Contenti scrissero a casa chiedendo altre braccia per lavorare quella terra arida. Mandarono solo Lallo, il fratello minore di lei. Era poco più di un bambino: indossava ancora i calzoncini corti eppure lavorò in modo valoroso. In due anni alla coppia nacquero due figli: Anna e Francesco. Fausta si dedicava alla terra e alla famiglia con tutte le sue forze: scavarono un pozzo, liberarono il terreno da sassi, lo ararono, con i pochi mezzi di cui disponevano. I risultati furono scarsi ma consentirono due pasti al giorno, le scarpe, qualche piccolo risparmio. Il problema più grande restava l‘acqua: ogni giorno occorreva molta legna per bollirla e molto tempo perché si posasse e potesse essere filtrata per essere bevuta. Il sapore era pessimo ma non se ne poteva fare a meno perché il caldo era feroce.

Ai bambini l’acqua faceva male, continue infezioni costrinsero a malincuore Fausta a portarli in Italia e affidarli ancora piccolissimi ai nonni perché li crescessero.

La vita fu terribile per dieci anni. Molto più che a Piscinara. Lasciarono la giovinezza e la salute alle zolle della terra del Venezuela, che però, grazie alle cure incessanti ,cominciò a restituire frutti, a dare loro qualche piccola ricchezza. Le nuove elezioni però cambiarono tutto: il Venezuela decise di statalizzare le terre. Da un giorno all’altro una guardia passò a casa e intimò ai tre giovani di preparare le valigie. Poche ore dopo li rimpatriarono senza poter portare via alcun bene.

Era il 1965. Fausta, Vittorio e Lallo riabbracciarono desolatamente figli e anziani. Le cose a Piscinara andavano meglio. Molti fratelli, cognati, nipoti delle due famiglie ormai lavoravano in fabbrica e lasciavano alla terra il tempo “libero”, così i tre “venezuelani” poterono dedicarsi all’agricoltura dei terreni di casa. Sempre a testa bassa, con un sentimento di sconfitta e delusione, come se stessero rubando il pane, perché erano tornati poveri com’erano partiti.

Una sera d’estate del 1967 si riunirono tutti a Suso, a casa di amici, per un battesimo. Si festeggiava il nuovo nato con allegria, vino e risate, qualche regalino d’oro e di corallo. Gli uomini parlavano tra loro di politica, a voce alta. Comunisti e fascisti, neri e rossi, democrazia e “siricchio”… Soprattutto il padre di Fausta, Lesandrino, si batteva: presto i rossi sarebbero saliti al potere e avrebbero portato benessere e libertà al popolo. Avrebbero dato le terre ai poveri, gli operai avrebbero avuto giustizia e libertà. Un altro, Orlando, ricordava che pure i fascisti avevano fatto le stesse identiche promesse eppure ecco come erano andate le cose! Meglio la democrazia che “i niri o gli siricchio!”. Tutti si accaloravano nella discussione. Manco fossero stati deputati! Pugni sul tavolo, ‘nghiasteme, bicchieri di vino rosso a macchiare la tovaglia “buona”. Le donne ascoltavano in un angolo, sedute dall’altro capo del tavolo. I piccoli s’erano addormentati “’nzino” alle madri, quelli grossarelli giocavano coi cani sul cortile, illuminato dalle lampadine, decorato con le bandierine bianche a festa per “i battezzo”.

Inconsciamente batteva i piedi ogni volta che gli uomini davano pugni sul tavolo. I bicchieri tintinnavano e Fausta stringeva i denti, a un certo punto non ne potè più. Gli uomini in piedi strillavano tutti insieme: <<Rusci! Niri! Russia! Ammerica! Demograzzia! Siricchio!>>. Si fronteggiavano come Caino e Abele. Fausta si avvicinò al padre: <<Papà! Papà! Papà!>> ma era piccolina e gli uomini troppo presi dalla diatriba per accorgersi di lei! Allora accostò una sedia al fianco del padre, ci salì sopra, s’attaccò alla giacca rattoppata del genitore e gli strillò nelle orecchie: <<Papààà. I niri hanno strutto l’Italia. I’, Vittorio e Lallo ce ne semo dovuti i’ agli Venezzuela pe’ nu muccico de pano! Poi i rusci si so’ aripigliati la tera, i’ lavoro nostro e la giouentù. Papà c’hao cacciato via! Pe’ deci anni senza riportarci manco ‘no bocco! Gnente. Papà, basta co’ la politica! A noi c’hao rubbato la uita, isci magnano… I’ crido sulo a mi, bia e schitto!>>

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco