Racconti — 06 settembre 2017
Storia di Giacomo | Parte 2

Pianura pontina, 1954 – Giacomo, il più giovane della famiglia, divenne uomo in poco tempo. Coraggioso, bello e capace, aveva progetti per il futuro suo e per la famiglia: non volle lavorare la terra come suo padre e suo zio così aprì una latteria insieme a Ginetta e Luisa, le sorelle. Nonostante gli ottimi propositi giravano pochi soldi, la gente comprava e lui segnava: mezzo litro di latte, due etti di ricotta, un etto di formaggio… . Gli affari andavano male per tutti, le spese erano molte, i guadagni da venire. Dopo lunghe considerazioni e timori, Guido e Maria decisero di trasferirsi di nuovo al nord, quel nord che tanti anni prima, dopo una guerra vinta col sangue e col valore, li aveva affamati e costretti a scendere nella palude “redenta”; scelsero la città di Biella dove le fabbriche tessili cercavano manodopera. Il fratello di Guido e la sua famiglia invece non vollero lasciare la casa colonica, guadagnata con onore sul Piave. Lasciarono Latina una mattina d’agosto; Giacomo, alla stazione, all’ultimo momento, abbracciò forte la mamma, il babbo, Ginetta e Luisa e poi, con un pretesto, non salì sul treno, promettendo di raggiungerli qualche giorno dopo.

I quattro trovarono subito lavoro in fabbrica, a tempo indeterminato e in regola. Nonostante ciò Giacomo non si decideva a lasciare Pontinia, dov’era nato. Chiusa la latteria era tornato a lavorare nei campi a giornata e viveva con gli zii e con i cugini. Scriveva tutte le settimane alla mamma rassicurandola e spiegando il suo attaccamento al giovane paese, i suoi progetti di vita.

Una sera pedalando verso casa incontrò una ragazza bellissima che si prostituiva. Lei provò a nascondersi dietro l’albero a cui si appoggiava. La conosceva da quand’era bambina, proveniva da una famiglia originaria di Sezze, onesta ma sfortunata e poverissima. <<Orestina, perché sei qui a far la puttana? Torna a casa>>. <<Giacomo! Mi uergogno! Sto adecco sulo pe da’ da magnà a matrema e a fratemi che so’ zechi. Da quando patremo s’ha morto non ci sta nente da magnà, matrema è malata e niciuno c’aiuta, niciuno c’ha pietà de nu>> e nascose il bel viso dietro al braccio. Giacomo tirò fuori i soldi dalle tasche: <<Va’, torna a casa, non ti voglio veder più a fare di queste cose!>>. Qualche sera dopo Giacomo la ritrovò che si vendeva ancora: <<So’ scorti i bocchi!! Fratemo piagne ca te fama! ‘N campagna nun so’ truato e manco a servizzio! Io ‘ste cose brutte non le uoglio fa’ ma i maschi ‘n teo compassione>>. La ragazzina scoppiò in un pianto antico e amaro. <<Orestina, non piangere più, mi vuoi sposare? T’ho sempre voluto bene. Sono povero ma ti aiuterò, da ora in poi penserò io a te e alla  tua famiglia!>>

Si sposarono in Comune, poi in Chiesa. Nessuno scese dal nord per festeggiare gli sposi. Neanche gli zii e i cugini intervennero alle nozze. Non erano contenti di Orestina, come non erano stati contenti di Guido i parenti di Maria. La storia ha il brutto vizio di ripetersi…

I due giovani si volevano bene e lavorarono con buona volontà. Lui affittò delle terre e si dedicò alla coltivazione insieme ad alcuni braccianti, lei lo aiutò con tutte le sue forze. Giacomo fu il miracolo della famiglia di Orestina: i fratellini tornarono a scuola come quando il papà era ancora vivo. Grazie al lavoro e ai risparmi i due sposi acquistarono un appartamentino in centro. Passarono anni senza che Giacomo ricevesse neanche un rigo dalle sorelle ne’ dalla mamma. Lui scriveva spesso e raccontava loro  il lavoro, la vita sua e del paese che intanto era esploso nel miracolo economico dei primi anni Sessanta. Un bel giorno scrisse che Orestina gli aveva dato un bel bambino e di averlo chiamato Guido.

Maria, che suggeva le lettere del figlio con amore e rimpianto chiusa in un silenzio di dolore, non ce la fece più; disobbedendo al marito cercò un passaggio su un camioncino, mise un cambio d’abiti dentro la borsetta e dopo aver viaggiato per ore, arrivò a Pontinia in un giorno vicino al ferragosto. In giro non c’era nessuno. Era mezzogiorno e stette un bel pezzo sulla soglia della casa del figlio e di “quella donna”: fuori dalla porta, come il ciottolìo portato dalle onde del mare, le giungevano la voce sommessa di un neonato e quello dolcissimo di una madre: “Ninna oh, ninna oh, questo bimbo a chi lo do…”. Suonò. Orestina, che le aprì col bambino tra le braccia, la riconobbe subito e si fece da parte per farla entrare. Giacomo mangiava alla tavola imbandita, la tovaglia immacolata, colma di ben di Dio. Si strinsero turbati da tante emozioni antiche, si baciarono, si riempirono gli occhi e le mani di carne amata: <<Figlio, t’ho ritrovato! Figlio, tengo una spada in petto! Figlio che m’hai fatto!>> poi Maria si calmò, aprì l’abbraccio anche a Orestina, ritta vicino a loro con la testa bassa e le guance rigate e l’accolse finalmente come figlia. Il bimbo dormiva nella loro stretta.

Sette giorni dopo Maria riabbracciò di nuovo la cara nuora, il bimbo che portava il nome del nonno Guido e la carne sua, Giacomo. Prima di partire la madre, insieme alle banconote che teneva in petto, tirò fuori voci e lacrime, li strinse ancora, li baciò tutti e tre, li segnò con la croce sulla fronte, salutandoli li benedisse: <<Figli, non so quando ci potremo rivedere in questa vita ma avete la pace e la benedizione mia… siate bravi e onesti, buoni e lavoratori, vogliatevi sempre bene e state uniti, che il Signore non faccia mai mancare il pane in questa casa, in questa famiglia onorata!>>.

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco