Racconti — 30 Aprile 2019

Roma,Anni Settanta -In un’epoca in cui si era senili a quarant’anni, due professori ebbero, dopo vent’anni di matrimonio, una figlia. Desiderata e amata come una rosa in un vaso prezioso, dolcissima, mite, piena di intelligenza, Silvia ebbeun buon successo scolastico e si diplomò a pieni voti ma non volle continuare gli studi, voleva lavorare e guadagnare subito, spiegò. I genitori accettarono la sua scelta.Lavorava come commessa nelle botteghe e nelle boutique del suo quartiere. Attenta, sorridente, precisa, onesta. Imparava il mestiere. Desiderava aprire un negozio di animali con i suoi risparmi el’aiuto dei genitori.Un sabato pomeriggio, in una festicciola casalinga, a base di aranciata e 45 giri, conobbe Sebastiano, all’ultimo anno della facoltà di Legge. Ballarono tutti i lenti, un colpo di fulmine, si scambiarono baci sulle guance e numeri di telefono. Facevano coppia fissa quando uscivano con gli amici, ormai erano Sebastiano e Silvia. Lui, dopo poco tempo la invitò a casa sua perché la conoscessero genitori, nonni, zii che abitavano nella stessa palazzina nel quartiere Prati. Se la casa di Silvia, nel quartiere Trieste, era curata e gradevole, quella di Sebastiano era una piccola Disneyland. Enorme, piena di libri, dischi, divani, mobili antichi, lesene e statue. Il papà di Sebastiano era un noto medico, la mamma l’unica ereditiera di una fabbrica di dolciumi. Silvia si sentiva intimorita dai ritratti dei parenti nobili dell’Ottocento, con la parrucca, la gorgiera, le scritte in latino.L’anno seguente Sebastiano si laureò e, trovato lavoro nello studio di uno zio, comunicò ai genitori l’intenzione di sposarsi. Vollero dissuaderlo, gli offrirono un viaggio negli States a condizione che lasciasse la ragazza. Non garbava loro il fatto che fosse di estrazione sociale “bassa”, spiegarono che Daniele, il fratello minore di Sebastiano, era fidanzato con la figlia di un politico socialista e che Silvia non era all’altezza delle loro frequentazioni. Sebastianonon li ascoltò e si sposarono con una cerimonia semplice, organizzata dai genitori di Silvia che, commossi e ignari, trattarono i consuoceri congentilezza e affabilità.Andarono ad abitare nella stessa palazzina dei parenti di Sebastiano ma fu chiaro alla giovane che non era gradita. Invitavano Sebastiano, anche durante le festività, ma ignoravano Silvia.Meditava ci fosse un difetto in lei, nascose il dispiacere ai suoi genitori ma si consumava in lacrime solitarie non sapendo con chi confidarsi, a chi chiedere consiglio. Sebastiano a volte rifiutava gli inviti, ma più spesso li accettava, pur con qualche rimorso, ma il legame con i parenti era tanto forte da allontanarlo dalla moglie, pur se solo di uno o due piani.Fu un anno difficile ma l’amore vinceva la cattiveria alla quale Silvia era esposta ogni giorno. Una mattina Silvia ebbe una drammatica telefonata: i genitori avevano avuto un incidente stradale ed erano morti. Un colpo terribile. I parenti di Sebastiano ignorarono il dolore della ragazza, sempre più nel deserto. Solo i suoi due cagnolini le sollevavano l’anima. Grazie a loro si alzava, usciva di casa, faceva la spesa, passeggiava nel parco vicino casa. Purtroppo le prove non erano finite: da visite e analisi aveva scoperto che non avrebbe potuto avere figli a causa di un difetto congenito. Silvia ripensò allo sforzo e al dolore dei genitori che l’avevano aspettata vent’anni prima di concepirla e darla alla luce. Sebastiano confidò ai suoi genitori che non sarebbe diventato padre.In quei giorni una zia di Sebastiano, Maria Alma, mossaa compassione, andò a farle visita. Ma ildiavolo ci mise la coda e la zia inciampò nel tappeto fratturandosi un piede; vinta dal dolore e dalla rabbia, mentre attendevano l’ambulanza, le gridò: “Davvero è meglio che Sebastiano si liberi di te, porti sfortuna, sei brutta e spiacevole. E’ meglio se ne trovi una vera di moglie, non una nullafacente arrampicatrice sociale come te, che oltretutto non gli darà mai un figlio!”

Silviasi trasferì il giorno stesso nella casa dei suoi genitori. Sebastiano non la fermò. Portò via con se’ soltanto i suoi vestiti e i cagnolini, Trilli e Peter Pan. Sebastiano andava a trovarla e restava con lei uno o due giorni, poi tornava a sparire per giorni. Mai la invitò a tornare a casa. La aiutava economicamente, lei riprese a lavorare nelle boutique.Fu la sua datrice di lavoro a preoccuparsi per lei, Silvia non si era presentata in negozio per due giorni. Al telefono non rispondeva. Andò sotto casa durante la pausa del pranzo. I vigili del fuoco sfondarono la porta e la trovarono abbracciata alla morte nella casa linda e ordinata.Non so chi si sia preso cura dei cagnolini tanto amati da Silvia, sono passati decenni da che lei ha lasciato questa vita. Qualcuno tra gli amici ipotizzò che se la fosse tolta. Io non ho mai creduto a un suicidio perché so che non avrebbe mai lasciato i suoi cani. Se esiste un Paradiso l’hanno raggiunta con le loro codine festanti, in un abbraccio infinito con i suoi genitori, in un mondo celeste senza più sofferenze.

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Lucia Fusco