Racconti — 22 ottobre 2018
Storia di Vittorio

2004 –Dall’ orfanotrofio posto in alto, sul porto di Messina, Vittorio riempiva gli occhi e i polmoni di colori e profumi. Ottantenne cercavai ricordi di quando ragazzinoera arrivato in quel luogo triste dove era pure riuscito ad essere felice. Dal ferry boat aveva abbracciato con lo sguardo la Madonnina del porto.Festeggiava i suoi ottanta anni in un viaggio a ritroso nel tempo e il figlio e la nuora lo avevano accompagnato in Sicilia. Rimase tre giorni nell’antico collegio, oggi ancora aperto alle colonie estive.

Nato a Maenza nel 1924, aveva perso i genitori adiciotto mesi in un incidente. Le sorelle e il fratello, maggiori di lui, badarono a se’ stessi nonostante la giovane età, ma nessuno poté o volle occuparsi di quel piccino che finì in orfanotrofio. A due anni e mezzo venne affidato a Roma alle suore dell’Antoniano. L’unico ricordo bello di quel periodo trascorso nella Capitale sono i treni dalla finestra della sua camerata che lo incuriosivano e lo divertivano. Era triste perché non riceveva mai la visita di nessuno. Non fu adottato. Fece le elementari a Trani, infine approdò a Messina, fino ai diciannove anni. Gli piaceva osservare il mare, gli infiniti colori che cangiano di attimo in attimo.Era sereno. In collegio si sentiva fratello di tutti. A Messina però visse la guerra e i bombardamenti. Il giorno più triste fu il 7 luglio 1943 quando, dopo aver trascorso la notte nel rifugio durante un’incursione aerea, dove avevano pregato tutta la notte, all’alba, cessato il pericolo, usciti sul terrazzo, avevano visto le navi da guerra ormeggiate nel porto  distrutte dai bombardamenti. Nelle orecchie ormai vetuste, ancora Vittorio riviveva l’antica emozione:la paura, il sibilo delle bombe e le sirene delle ambulanze che, come lucciole nella notte, raggiungevano gli ospedali nel soccorso dei feriti. I responsabili del collegio dopo questo terribile bombardamento spostarono i ragazzi in altro luogo. Nell’istituto aveva imparato il mestiere del calzolaio; lavorando con il trincetto mentre forava il cuoio, si bucò il palmo della mano e ne portò la cicatrice tutta la vita. Adiciannove anni fu chiamato a svolgere il servizio militare A Firenze. L’ultima notte all’istituto  fu terribile. Sentiva di lasciare una famiglia. Aveva paura della caserma perché sapeva di brutti scherzi. Infatti sotto la naia in una discussione si difese colpendo un ragazzo sui denti. Non fu punito perché il comandante capì le sue ragioni. Quando firmarono l’armistizio pensò che era giunto il tempo di tornare a casa ma un’incursione di tedeschi lo fermò. Lo presero e spedirono in Germania insieme ai suoi commilitoni. Alla stazione file lunghissime di giovani soldati italiani prigionieri, tenute sotto minaccia dalle mitragliatrici. Davanti ai suoi occhi prima di salire sul convoglio aveva visto uccidere una madre che aveva tentato di avvicinarsi al figlio. Gli misero al collo il numero 2990, una targhetta che ha conservato tutta la vita. Nel campo di prigionia venivano controllati e se tentavano la fuga venivano  fucilati. Bevevano un po’ di the e con quello lavoravano alla costruzione della linea ferroviaria fino all’ora di pranzo. Mangiavano un po’ di miglio, distribuivano un chilo di pane per quindici soldati. Avevano costruito una bilancia con dei legnetti per dividerlo equamente. Per sopravvivere cercavano le bucce delle patate nelle immondizie. Ai soldati veniva proposto di abiurare l’Italia e passare dalla parte dei tedeschi. Nessuno accettò. Vittorio fu l’unico a sopravvivere di quel campo, insieme a un medico che rivide dopo molti anni a Roma. Ventidue mesi d’inferno, poi si ammalò di pleurite e rimase nell’infermeria, infine nell’aprile del 1945 lo ricoverarono in un ospedale di Bolzano. Pesava 35 chili, l’infermiera piangeva mentre lo lavava. In ospedale Vittorio metteva da parte le cioccolate per avere qualcosa da riportare a casa una volta dimesso, invece, con grande dispiacere, l’ultimo giorno gliele rubarono.

I familiari lo pensavano morto e si erano divisi le sue cose. Avevano fatto le divisioni senza considerare che lui potesse essere ancora vivo. Al suo ritorno nessuno gli dette niente di quanto gli sarebbe spettato. Nonostante l’ingiustizia il suo animo buono e conciliante non gli permise la ribellione e accettò. Per un anno restò a casa con i familiari ma il loro rapporto non era buono. Così prese un localino in affitto e se ne andò a vivere solo solo. Lui rispettava i fratelli maggiori, ma loro non lo cercavano mai, forse perché lo sentivano estraneo. Lui invece, affamato di affetto, li cercava ad ogni minima scusa.Prese a fare il ciabattino. Le suore del Castello gli volevano bene, lui riparava le loro scarpe, faceva il vino, lo travasava, zappava l’orto e le buone donne preparavano cibi caldi per lui, era come un custode, un uomo di fiducia.

Conobbe una ragazza, Gennarina. Piccola, carina, moretta, di carattere forte e risoluto.Anche il parroco, Padre Girolamo gli consigliò di sposarla. Fecero una festa bellissima e si scambiarono le fedi nella cattedrale di Alatri. Quel giorno viaggiarono da sposi in Balilla! Grazie ai mestieri che la buona ragazza aveva sempre svolto,potè acquistare biancheria e mobilio. Vittorio affittò una casa più grande. Dal loro amore nacque un figliolo: Mauro, nel 1954. Quando nacque non c’erano pullman e Vittorio andava a piedi da Maenza all’ospedale di Priverno. Gennarina col pancione invece in ospedale l’aveva portata in tassì e col tassì tornò col pupetto. Vittorio era generoso, altruista. Un bell’uomo: moro, gli occhi chiari; un marito e padre affettuoso, amoroso. Negli anni riallacciò i rapporti con i nipoti, figli delle sorelle. Aveva sempre bisogno di amore e di accoglienza. Col tempo si trasferì con la famiglia a Latina dove un nipote gli portava in segno di affetto e rispetto un cestino di ciliegie tutti gli anni.Mauro era un bravo figlio, studiava con soddisfazione sua e dei genitori. Un giorno portò a casa la fidanzata Annarita, una bella e cara maestra. Vittorio accolse la nuora e l’amò come una figlia, ricambiato.

Rimase in  contatto con diversi “fratelli di orfanotrofio” e tutti gli anni sotto Natale si incontravano a Roma con le famiglie. Messa e pranzo, tombolata e piccoli regali.Abbracci e saluti all’anno prossimo. La famiglia è qualcosa di prezioso, e vale la pena di inventarsela, con gli affetti acquisiti, con le amicizie sincere, con chi ricambia il nostro amore.

 

 

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Autore dell'articolo

Lucia Fusco